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4 editoriali per capire lo stato della sinistra in Europa

Tsipras è un eroe, o un poster boy dell’establishment? I socialdemocratici degli anni 80 e 90 sono da considerare degli innovatori, o alla stregua dei neolibersti di Thatcher? E oggi, si deve ricostruire una politica progressista populista, o aprire al tema dell’identità, cara alla destra? Sono le domande chiave che contraddistinguono le riflessioni degli “intellettuali” progressisti di mezza Europa e, più nel dettaglio, quattro editoriali pubblicati, nel corso delle ultime due settimane, su New StatesmanProject Syndicate e sul blog della London School of Economics.

Per iniziare, James F. Downes and Edward Chan descrivono in termini numerici l’entità del crollo dei partiti socialdemocratici, un fenomeno, quest’ultimo, che viene visto come parallelo alla diminuzione di legittimità degli ordini liberal-democratici stessi. Downes e Chan sostengono che i partiti in questione avrebbero «perso il controllo della situazione economica e sociale» dei relativi Paesi. Ne consegue che “gli ultimi” non si sentono più rappresentati dalla sinistra. Conseguenza? Le basi elettorali si spostano in maniera radicale.

Sulla scia dell’analisi di Downes e Chan – piuttosto comune, ormai – è Dani Rodrik a trattare con una prospettiva di lungo corso le cause della perdita di consenso del centrosinistra. In un editoriale al veleno, il professore di economia accusa le forze di in questione di aver “abdicato” alla loro missione storica. Non ci sarebbero dubbi: intellettuali quali Jacques Delors e Henri Chavranski e, con essi, tutta la classe dirigente europea (ma anche americana) degli anni 80 e 90 avrebbe fatto spazio al mito della globalizzazione finanziaria e dei benefici della mobilità dei capitali.

Il missile di Rodrik giunge fino agli anni 2000 e post-2010: Syriza in Grecia e Lula in Brasile non sono stati capaci di elaborare alternative concrete e attraenti, capaci di andare oltre al mantra della “redistribuzione”. Tutto nero? No. Recentemente, intellettuali come Admati e Johnson, Piketty e Atkinson, Mazzucato e Chang, Stiglitz e Ocampo, De Long, Sachs e Summers avrebbero proposto riforme credibili, rispettivamente per risolvere i nodi della finanza, delle inuguaglianze, dell’intervento pubblico nell’economia, della governance globale e della mancanza di investimenti.

Eppure, c’è chi non ci sta. Holland Stuart, professore all’Unviersità di Coimbra, esperto di storia e politica dell’integrazione europea, risponde a tono alle spallate di Rodrik. Tecnocrati come Delors avrebbero giocato un ruolo fondamentale nell’opposizione agli interessi ordoliberali che andavano a costituirsi in Europa negli anni 80 (Delors parlava, già allora, di eurobond, per esempio); allo stesso modo, i partiti di sinistra del Sud America sarebbero stati bastioni contro il neolibearlismo di Reagan e propulsori dei movimenti internazionali socialisti. E poi c’è la difesa di Syriza. In particolare, non ci si potrebbe scordare di documenti come il “Modest proposal” elaborato dallo stesso Stuart insieme a Varoufakis e Galbraith durante la crisi del 2015: una proposta di riforma e politiche per salvaguardare in termini progressisti la tenuta dell’Unione e dell’Eurozona (anche qui, sulla base dell’idea di mutualizzare parte del debito e dei rischi finanziari).

Come giustifica allora Stuart il crollo del centro-sinistra? Se ci sono colpevoli, sarebbero da ricercare nella generazione di fine anni 90, ovvero tra i vari Schroeder in Germania, il duo Blair-Brown nel Regno Unito e Gonzales in Spagna: tutti rei non solo di aver ignorato le alternative al modello neoliberale, ma, soprattutto, di aver distrutto la democrazia interna ai partiti stessi e aver emarginato le voci più radicali.

A ben guardare, le divergenze tra Stuart e Rodrik sono legate soprattutto a quali siano i «bambini che non vanno buttati con l’acqua sporca». Ma sulla sostanza delle proposte necessarie, si troverebbero più o meno d’accordo: servono politiche progressiste moderne, che partano dal malessere popolare, accolgano istanze di populismo economico e siano capaci di imbrigliare i mercati, in modo da garantire welfare e prosperità per la maggioranza dei cittadini. Tutti d’accordo? Non proprio.

In uno dei contirbuti giornalistici più controversi degli ultimi mesi, Jonathan Rutherford, analizza criticamente il corbynismo e sostiene che il populismo economico non basta. Inutile girarci intorno: o la sinistra trova una risposta alle questioni identitarie, oppure la partita con la destra dei vari Salvini europei sarà persa.

L’analisi di Rutherford si concentra sul caso del Labour, ma può essere tranquillamente allargata anche alle altre forze politiche europee: «Il populismo di sinistra del Labour, è orfano di risorse intellettuali che possano affrontare le sfide della destra. È troppo esclusivo in termini di classe e cultura. E non è contraddistinto da pratiche democratiche che riescano a unire diverse classi e gruppi di interesse. Il liberalismo cosmopolita e il relativismo morale [che ne sono alla base] lascia la nazionale e il tema dell’identità culturale in mano alla destra. Né il suo focus sull’ingiustizia economica, né il supporto a forme di democrazia partecipativa sono sufficienti per costruire una coalizione popolare nazionale».

Cosa propone Rutherford? Una sorta di Labour (e, quindi, allargando la prospettiva al Continente, di sinistra) “blu” (“Blue Labour”): una forza progressista che non abbia paura di giocare sul terreno dell’identità e del comunitarismo, anche nazionale. Ancora nelle parole di Rutherford: «Il populismo ha rottamato le regole del gioco. La risposta non sta nel tentare di re-imporne di ‘vecchie’, ma nel forgiare, a partire dal populismo e dalla rottura emotiva che ha comportato, un linguaggio nuovo che sia in grado di toccare il cuore e l’anima della nazione e modificare la struttura della politica del Paese».

Insomma, la posizione di Rutherford va addirittura oltre il corbynismo, instaurando una sorta di modello “peronista” per i Paesi europei. È la via del futuro? Difficile dirlo. Quel che appare chiaro è che a sinistra c’è bisogno di almeno due cose: convergere su un’interpretazione comune della storia ed essere disposti a sfatare qualche tabù in più.

 (ilSalto, 13.07.2018)
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Non basta difendere lo status quo, occorre mettere in discussione ciò che è stato fatto male. L’editoriale di Cas Mudde su come si fa opposizione contro i populisti

Nel suo ultimo editoriale per il The Guardian, Cas Mudde, uno scienziato politico olandese, considerato uno dei massimi esperti del fenomeno populista, prende posizione in merito al dibattito contemporaneo sul tema. Ed è rilevante anche per il caso italiano.

Mudde analizza la tesi per cui l’affermazione contemporanea di forme di governo (ma, più in generale, di forme del fare politica) populiste – descritte dai media internazionali anche come “illiberal democracies” (“democrazie illiberali”, tdr.) – sarebbe la conseguenza di sistemi “troppo democratici”.

Una condensazione di questa riflessione dominante piuttosto vaga, trova spesso manifestazione concrete in discorsi per cui staremmo vivendo tempi in cui assistiamo a un utilizzo improprio dello strumento referendario (vedi crisi greca del 2015, o Brexit nel 2016). Oppure, ancora, che saremmo di fronte a scelte politiche “troppo complesse” per essere lasciate in mano ai cittadini.

(ilSalto, 08.06.2018)

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L’Italia è l’emblema della crisi europea, come la Grecia nel 2015

Questa settimana hanno destato scalpore le parole del Commissario europeo, Günther Oettinger, in merito alla crisi costituzionale in atto in Italia. È veramente triste constatare come si sia creato tanto baccano per “nulla”. Chiunque può constatare quanto le parole del Commissario siano state travisate, prima di tutto, dal giornalista che ha condotto l’intervista e, successivamente, dai media, che hanno fatto dell’intervento un vero e proprio affare diplomatico.

La realtà è un’altra: Oettinger ha detto cosa si aspetta per il futuro. Nulla di male, perciò. Semmai è sull’ennesimo uso sconsiderato del termine “populista” – ormai divenuto un vero e proprio prezzemolo del linguaggio mediatico – che ci si dovrebbe soffermare. Ma questa è un’altra storia.

Detto ciò, fare dell’intervento di Oettinger un evento fuori dal comune, o straordinario, “implica” anche altro: ostacolare la presa di coscienza per cui la crisi italiana va interpretata come “europea”. Che quella in atto sia una “crisi di sistema politica” per il Belpaese, è condivisibile. Al di là di questo, però, lo scontro Mattarella-M5S-Lega rappresenta lo squarciamento del velo di Maya di un certo europeismo ingenuo e “innocente”. Non è l’Europa che è al centro della crisi italiana. È l’Italia a essere diventata, al pari della Grecia nel 2015, il nuovo emblema della crisi dell’Europa.

(ilSalto, 01.06.2018)

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Salvini punta al fallimento del M5s e ipoteca il potere. La sinistra non può perdere tempo’. L’editoriale di Paul Mason sull’Italia

Il 21 maggio Paul Mason, noto giornalista e saggista britannico, ha scritto un editoriale per NewStatesman in cui analizza le dinamiche politiche italiane.

Richiamando una formulazione che risale originariamente a Stalin (ma sviluppata sulla base di uno scritto di Lenin) e rovesciandone il campo di applicazione, secondo Mason in Italia sta trovando applicazione il primo esperimento coerente europeo di “neoliberalismo in un solo Paese”. In che senso?

Mason riepiloga per il pubblico anglofono le componenti centrali del contratto tra Movimento 5 stelle e Lega e, in buona sintesi, lo descrive come un programma politico-economico che mira alla creazione di uno “small State (“Stato piccolo”, tdr.) e, conseguentemente, di politiche di libero mercato condite però con “razzismo, nazionalismo” e una retorica che abbraccia i valori tradizionali della “famiglia”.

Su un piano prettamente economico, le conseguenze del contratto, se posto in essere, «porterebbero probabilmente al crollo delle entrate, a una maggiore evasione fiscale, a un incremento del deficit e del debito pubblico e ad un conflitto, in quache forma, con la Commissione europea e la Banca centrale europea». Allo stesso tempo, il saggista ammette che una buona parte del programma può essere in considerato in linea con alcuni interessi della sinistra (reddito di cittadinanza, banca nazionale per gli investimenti e opposizione alle istituzioni europee).

Mason sottolinea però come sia la Lega a tenere in mano i fili dell’Esecutivo nascente, a detrimento del M5S. La spartizione dei ministeri dell’Interno e del Lavoro tra i due leader, rispettivamente Salvini e di Maio, nonché la decisione di proporre una figura come Conte alla testa del Consiglio dei ministri, sono «designate per avvantaggiare il Carroccio nel lungo periodo». Anche per questo, appare evidente che un «programma coerente di nazionalismo xenofobico combinato con politiche economiche neoliberali, batterà quasi sempre una retorica simil-populista e progressista senza sostanza» (il riferimento qui è al M5S, ndr).

Il guru della sinistra britannica, richiamando la serie cult, Il trono di Spade, spiega quindi come i vari Le Pen e Putin puntino a creare caos per poi rafforzare la propria presa sul potere. E Salvini farà lo stesso. Cosa vuol dire esattamente?

In sintesi: inizialmente, la Lega si nasconderà dietro al conflitto tra il Movimento 5 stelle – la nuova forza anti-establishment al potere – e una sinistra tradizionale che sfornerà «professori e tecnocrati che non sarebbero in grado di intrattenere una piazza nemmeno per cinque minuti». In secondo luogo, nel momento in cui il nascituro governo affronterà Bruxelles, farà apparire i rappresentatni della stessa sinistra come “marionette” di un ordine sovranazionale “anti-democratico”. Infine, quando cominceranno a scarseggiare le risorse economiche e la base del Movimento 5 stelle farà pressioni per politiche progressiste, il Carroccio farà cuocere i grillini nel proprio brodoSarà a quel punto che Salvini si presenterà come portatore di ordine, facendo cadere tutti gli elementi progressisti dell’attuale programma, a favore di una serie di misure anti-immigrati e ravvivando i rapporti con quel che resta del seguito di Berlusconi. Se vi ricorda periodi poco “illuminati” è normale. Per allegerire e per rimanere sempre in materia di fiction, sembra lo script di V per Vendetta.

All’inizio della sua riflessione, il guru della sinistra britannica scrive che la sinistra del Belpaese, nelle sue svariate componenti, sta puntando su un fallimento rapido di questo esperimento governativo e, conseguente, del Movimento 5 stelle. Ma, alla luce del ragionamento appena fatto, ecco che arriva un monito fondamentale: «La questione che deve affrontare la sinistra italiana non è cosa fare ‘ora’, bensì come prepararsi al momento in cui questa fase di governo populista», guidata da M5s e Lega, «entrerà in crisi» e Salvini reclamerà il potere.

Secondo Mason, quindi, la ricetta è la seguente:

  • rifiutare radicalmente il neoliberalismo, «stracciare i lasciti del Trattato di Lisbona che albergano nella varie menti politiche» e proporre, invece, un programma che «risolva lo stato di crisi fatto di stagnazione economica e bassa crescita imposto dall’Eurozona a Paesi come l’Italia»;
  • fare propri «alcuni elementi progressisti contenuti attualmente nel contratto governativo», tra cui la banca nazionale per gli investimenti, oltre a una legislazione efficace a favore del salario minimo e un piano di investimenti pubblico in sanità, trasporti ed educazione;
  • instaurare un sistema tributario e fiscale chiaramente progressivo e redistributivo, perché «l’idea che la crescita da sola possa risolvere il problema del deficit e del debito è una chimera»;
  • creare procedure legali per le richieste di asilo, «abbandonando la retorica open borders» (“confini aperti”ndr) e, allo stesso tempo, trovare un modo per «separare l’inquietudini genuina nei confronti dell’immigrazione non controllata dall’atmosfera generalizzata di razzismo».

Agli occhi del saggista, tutto ciò non implicerebbe uscire dall’Euro, ma sostenere una politica di «alti tassi di deficit, crescita e una ristrutturazione del debito nell’Eurozona», abbinata a un’opzione potenziale che preveda un «sistema di valuta parallela», alla stregua di quanto proposto da Yanis Varoufakis nel 2015 per la Grecia. In buona sostanza vuol dire mettere alle strette Maastricht. Come dire: bisogna rafforzare il contrappeso nel rapporto di forza.

Infine, c’è il nodo della leadership: «Partiti socialdemocratici che si sono compomessi con un sistema fallimentare non possono far altro che sfornare, generazione dopo generazione, politici fallimentari». I leader della sinistra in Europa devono cominciare a «parlare la lingua delle persone che rappresentano; devono parlare di speranza, orgoglio, dignità, comunità e battaglia».

Chi dovrebbe portare avanti un tale progetto in Italia? Tutto il campo della sinistra disposto ad aderirvi, dai delusi interni al Partito democratico, a Potere al popolo, passando per Liberi e uguali.

(ilSalto, 23.05.2018)

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Ora o mai più: l’Unione europea deve accelerare sulle politiche sociali comuni

“L’acuirsi della crisi migratoria e la Brexit hanno reso impellente la definizione di politiche sociali a livello europeo”. Lo scrivono Sebastiano Sabato, Bart Vanhercke e Denis Bouget dell’Osservatorio sociale europeo (Ose) di Bruxelles, sulle pagine di EuVisions, sintetizzando i risultati del rapporto “Social policy in the European Union: state of play 2017” (“Le politiche sociali nell’Unione europea: stato dell’arte 2017”).

Più nel dettaglio, secondo gli esperti del settore, la Brexit avrebbe dimostrato l’esigenza di “allontanarsi dalle misure di welfare neo-liberali” per raggiungere l’obiettivo di un’Unione “veramente inclusiva”. Altrimenti? Il rischio di un contagio (e, quindi, di un processo di disintegrazione europeo) potrebbe essere dietro l’angolo. Sabato, Varnhercke e Bouget sostengono infatti che sono stati fattori “sociali e legati al mercato del lavoro” a determinare l’esito del voto britannico del 2016: nel corso degli anni, “una parte sempre più grande della popolazione del Regno Unito si è sentita lasciata indietro e non ha beneficiato dei frutti di una condizione economica generale relativamente buona”.

La Brexit avrebbe dimostrato l’esigenza di “allontanarsi dalle misure di welfare neo-liberali” per raggiungere l’obiettivo di un’Unione “veramente inclusiva”. Altrimenti? Il rischio di un contagio (e, quindi, di un processo di disintegrazione europeo) potrebbe essere dietro l’angolo

Sarebbe però scorretto affermare che l’Ue non si sia mossa in questo senso. Sono gli stessi ricercatori a spiegare che, recentemente, l’Ue ha fatto passi avanti in numerose aree di policy, come “il dialogo sociale, le regolamentazioni nel settore della sanità, il bilanciamento vita-lavoro e l’invecchiamento attivo”. Ma uno dei segni più importanti della sensibilità delle istituzioni è dato sicuramente dalla Proclamazione interistituzionale del Pilastro europeo dei diritti sociali (EPSR), avvenuta lo scorso novembre a Goteborg, in Svezia. Al Pilastro hanno fatto seguito la proposta di Direttiva sul bilanciamento vita-lavoro, la proposta per una raccomandazione riguardo all’accesso alla protezione sociale per tutti i tipi di lavoratori, la creazione di una scoreboard per monitorare il progresso in ambito sociale nel quadro del Semestre europeo.

I ricercatori dell’Ose sottolineano come, nel 2017, anche da un punto di vista discorsivo, l’agenda sociale sia tornata a ricoprire le prime pagine del dibattito pubblico. Ne sarebbero testimonianza, il susseguirsi di numerosi dibattiti e incontri istituzionali di alto livello sul tema della dimensione sociale dell’Ue: dalla dichiarazione in occasione del 60esimo anniversario dei Trattati di Roma, al già citato meeting sociale di Goteborg, passando per il dibattito scaturito dal Libro bianco sul futuro dell’Europa della Commissione europea.

Alla luce del rafforzamento dei partiti euroscettici e populisti, è però legittimo chiedersi se l’Ue sia ancora in tempo per una “virata sociale”: i cittadini sono pronti ad appoggiare un progetto ambizioso di integrazione? Credono (ancora) nell’efficacia delle istituzione europee? Uno studio Eurobarometro del 2017 mostra che, nonostante i problemi di lungo periodo, una maggioranza di cittadini europei è ottimista

“Eppure, in vista di una quanto mai desiderata accelerazione del processo di integrazione sociale – scrivono ancora Sabato, Vanhercke e Bouget – è necessario chiedersi quali Stati debbano essere coinvolti in questo rilancio istituzionale e di policy”. In altri termini: si continuerà cercando di mettere assieme 27 Paesi Membri? O si procederà nell’ottica di un’integrazione differenziata? Secondo i ricercatori, la prima opzione è “desiderabile”, ma la seconda gode dell’appoggio (importante) della “leadership franco-tedesca”. A parte le questioni di metodo, l’Ose sottolinea che è importante che la Commissione europea definisca “una tabella di marcia” per l’applicazione concreta dei principi contenuti nel Pilastro europeo dei diritti sociali. A cosa si riferisce concretamente l’osservatorio di Bruxelles? Per esempio, al “rilancio della Direttiva sul salario minimo e del progetto di uno schema di disoccupazione pan-europeo”. Nel breve periodo, “sarebbe poi fondamentale avviare le attività dell’Autorità europea del lavoro”.

Alla luce del rafforzamento dei partiti euroscettici e populisti, è però legittimo chiedersi se l’Ue sia ancora in tempo per una “virata sociale”: i cittadini sono pronti ad appoggiare un progetto ambizioso di integrazione? Credono (ancora) nell’efficacia delle istituzione europee? Uno studio Eurobarometro del 2017 mostra che, nonostante i problemi di lungo periodo, una maggioranza di cittadini europei è ottimista riguardo al futuro dell’Ue e la fiducia nelle istituzioni sembrerebbe in crescita. Concludendo, i ricercatori dell’Ose invitano a non sprecare questa opportunità: “Il popolo europeo aspetta risposte. È ora di passare dalle speranze ai fatti”.

 

(Linkiesta, 10.05.2018)

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FakEU, Rubriche, Uncategorized

FakEU roundup: Strategy emerges to fight misinformation, establish guidelines

At the end of April, the European Commission (EC) released a Communication outlining its strategy to tackle the spread of misinformation online.

The document says that four principles should guide future policies and the behaviour of media and social media platforms:

  • Improving transparency on the origin of information.

  • Promoting diversity of information.

  • Enhancing the credibility of media sources.

  • Fashioning inclusive solutions that comprehend all relevant stakeholders.

Continua su Poynter, 09.05.2018

Photo CC Flickr: Kevin White

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Fact-checking, Uncategorized

Il Presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani, durante una partecipazione a Night Tabloid su Rai2, ha rivendicato alcuni meriti del suo mandato – cominciato a gennaio del 2017.

Abbiamo provato a verificare la veridicità della dichiarazione di Tajani, che può essere divisa in diversi argomenti: la crescita del gradimento dell’Europarlamento, per prima cosa, ma anche una serie di risparmi economici e di rinunce a benefici economici.

Continua su Pagella Politica, 02.05.2018

Photo CC Flickr: Covenant of Mayors

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