Editoriali e opinioni

L’Ue è in pieno stallo. Più che alle riforme istituzionali, si pensa alle poltrone

L’Ue è in pieno stallo. Più che alle riforme istituzionali, si pensa alle poltrone

Nel corso della due giorni di summit europeo della settimana scorsa, Paolo Gentiloni ha rilasciato la sua prima intervista televisiva da ex primo ministro, ai microfoni di Otto e Mezzo (La7). Incalzato sulla questione migratoria, e sull’operato del primo ministro Giuseppe Conte a Bruxelles, Gentiloni ha insistito, a più riprese, che, oggigiorno, nell’Ue, la questione centrale rimane quella del governo “economico”.

L’osservazione di Gentiloni è condivisibile. Peccato, però, che dal meeting sia uscito un nulla di fatto. Gli analisti hanno ribadito che, rispetto ai temi sollevati da alcuni governi dell’Ue nel corso degli ultimi anni – budget per investimenti, assicurazione di disoccupazione europea, riforma del Meccanismo europeo di stabilità (Mes) e Unione bancaria – si sono fatti pochi passi in avanti.

Un Consiglio deludente

Le conclusioni del Consiglio auspicano che, entro la fine del 2018, le istituzioni con funzione co-legislativa, adottino il pacchetto sulla riforma del settore bancario, in linea con la roadmap decisa nel 2016.

Si invita inoltre a iniziare il “lavoro politico” in merito a questo capitolo dell’integrazione, sottolineando, in particolare, la necessità di raggiungere un accordo sull’Edis (lo schema di assicurazione comune per i depositi bancari).

La portata del documento è nell’ordine dei “vorrei” e, quindi, lontana dalle attese alimentate a più riprese da alcuni leader europei, in primisMacron, e in occasione degli incontri precedenti (summit di Primavera).

Lo sfasamento fra l’asse franco-tedesco e l’Ue a 27

Le conclusioni, poi, non sono in linea con la bozza di accordo firmata dalla cancelliera tedesca e dal presidente francese a Meseberg, il 19 giugno scorso. In occasione di quest’ultimo incontro bilaterale, Merkel e Macron avevano trovato un’intesa volta a rilanciare alcuni progetti di integrazione come quello di un “budget comune per gli investimenti” (nonostante ciò, una maggioranza di analisti ha criticato l’accordo di Meseberg perché non all’altezza delle sfide a cui va incontro l’Europa).

Tolto il tema migratorio, lo sfasamento fra gli “accordi franco-tedeschi” e ciò che, regolarmente, esce dai “tavoli europei a 27” in materia istituzionale ed economica è il segno più evidente di un’Unione sempre meno coesa. E così la definizione dell’assetto dell’Unione del futuro sta slittando di semestre in semestre.

In questo intreccio di meeting e posticipazioni di decisioni e roadmap strategiche, esiste però una data ultima che era stata fissata, in tempi non sospetti, dalla Commissione europea. Si tratta del 9 maggio del 2019, giornata in cui, a Sibiu, in Romania i leader dei Paesi Ue sarebbero (teoricamente) chiamati a mettere un punto finale alle riflessioni sull’assetto istituzionale e di governo economico dell’Europa.

La variabile rinnovo del Parlamento europeo

Ad oggi, visti i precedenti, non si può che guardare con scetticismo alla capacità dei governi di arrivare a un compromesso solido in merito ai molti cantieri aperti. Ma c’è di più.

La data del 9 maggio cade nel mezzo della campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento europeo. C’è da scommettere che il periodo sarà politicamente “caldo”. Per certi versi, si rischia quindi di creare un cortocircuito istituzionale rilevante: i leader nazionali dovranno trovare un accordo istituzionale sul futuro dell’Europa due settimane prima che i cittadini europei stessi votino per il rinnovo del Parlamento, sulla base di visioni sull’Europa, a rigor di logica, in competizione fra di loro.

Allo stesso tempo, è vero che, alla luce dei Trattati europei, sono i governi nazionali a dare l’indirizzo strategico all’Unione. Questi ultimi rappresentano allo stesso modo diverse sovranità popolari. Ma arrivare a ridosso della competizione rischia di esasperare il nodo democratico interno alle dinamiche Ue: sul futuro dell’Ue decidono i capi di governo o i cittadini stessi?

L’integrazione a poltrone

Al netto di tutto ciò, è importante sottolineare come, all’ombra dei meeting e delle elezioni esista poi un binario parallelo di evoluzione delle istituzioni e, conseguentemente, del processo di integrazione. Ed è quello legato alle nomine dei funzionari di alto rango in seno alle autorità indipendenti dell’Ue.

Il caso più emblematico è rappresentato dalla scelta del prossimo presidente della Banca centrale europea, visto che l’Unione si basa ancora e fondamentalmente sulla tenuta dell’Euro. Per molti esperti, di fatto, è la Bce a fare il bello e brutto tempo in Europa (basti pensare al famoso “whatever it takes” che “salvò” la moneta unica nel 2012).

Ma esistono anche altre posizioni impostanti che dovranno essere delineate nei prossimi mesi. Una di queste è quella legata alla posizione di guida della Vigilanza della Banca centrale europea, attualmente occupata da Daniele Nouy – si tratta della figura istituzionale che coordina il monitoraggio di 120 banche europee.

Secondo Handelsblatt, l’Italia starebbe cercando in tutti i modi di occupare la posizione per assicurarsi che le riforme in materia bancaria (le uniche che procedono in qualche modo) non vadano contro i propri interessi nazionali. Del resto, anche Berlino e Parigi non stanno a guardare: Merkel punterebbe a un alleato solido alla testa della Commissione (nel caso dovesse saltare Weidmann alla Bce), mentre Macron vorrebbe un francese proprio a Francoforte.

In questo periodo di stallo a livello diplomatico, in cui si susseguono incontri su incontri senza risultati, varrebbe la pena riflettere su come, nonostante tutto, gli interessi nazionali si articolino in funzione delle poltrone istituzionali e plasmano il futuro dell’Europa.

(ilSalto, 06.07.2018)

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Rassegne

Tutto il mondo parla di Italia ed Eurozona, tranne noi. Il dibattito tra Stiglitz, Fratzscher e gli altri economisti

In queste settimane ad appannaggio della questione “migranti” e delle diatribe tra Salvini e gli altri leader europei, il tema della stabilità dell’Eurozona alla luce del voto italiano continua ad alimentare un dibattito che, nel nostro Paese, rimane clamorosamente sotto traccia.

Su Project Syndicate, il premio nobel per l’Economia e professore della Columbia University di New York, Joseph Stiglitz, è tornato a parlare del tema. Per il guru della scienza triste il voto euroscettico del Belpaese non dovrebbe sorprendere nessuno: si tratta dell’ennesima «reazione prevedibile a una struttura dell’eurozona mal disegnata, nella quale, la potenza dominante Germania, impedisce le necessarie riforme». Per Stiglitz, il problema non è l’assenza di idee – Macron è visto come portarore di una «chiara visione» per l’Europa -, bensì il freno rappresentato da Angela Merkel.

In un’area valutaria comune, «il principale problema» è quello della gestione dei disallineamenti tra il valore della valuta e le sottostanti performance economiche dei Paesi: è proprio il “caso dell’Italia”. Per il professore, nell’Eurozona, «i cittadini vogliono, da un lato, rimanere nell’Ue, ma, allo stesso tempo, veder terminare le politiche di austerità». Eppure, gli viene detto che non possono avere la moglie ubriaca e la botte piena (sul punto si sofferma anche l’economista Barry Eichengreen che chiede a M5s e Lega di lasciare perdere la flat tax e reddito di cittadinanza per focalizzarsi sul cuneo fiscale). E così, nell’attesa di un cambio di mentalità nel Nord Europa, i governi dei Paesi in difficoltà continuano ad arrancare e la «sofferenza dei cittadini aumenta».

A questo punto, Stiglitz scrive che, se il Portogallo ha rappresentato un’eccezione – con Costa che sarebbe risucito a riportare il Paese a un livello di crescita soddisfacente -, l’Italia potrebbe rappresentare un’alternativa dai tratti radicalmente differenti: «Salvini potrebbe alzare la posta in gioco, in un modo che altri non hanno avuto il coraggio dai fare. L’Italia è un’[economia] abbastanza grande, con economisti bravi e creativi, da poter gestire, di fatto, un’uscita [dall’Eurozona] attraverso un sistema di cambio flessibile che possa ricreare prosperità».

Per Stiglitz non è «necessario arrivare a tanto». I Paesi del Nord possono salvare l’Euro «mostrando più umanità e flessibilità». Ma il premio Nobel non punterebbe su questo scenario e con una metafora teatrale, spara: «Avendo già visto i molti atti di questa crisi, non mi aspetto un cambio di interpretazione da parte degli attori principali».

L’editoriale non è certo rimasto inosservato, soprattutto tra gli altri economisti di alto livello.

Marcel Fratzscher, ex-Consigliere economico di Sigmar Gabriel quando quest’ultimo era ministro dell’Economia (precedente governo Merkel), nonché direttore del DIW e co-autore di un noto paper su come riformare l’Eurozona uscito a gennario (ne abbiamo scritto qui), ha risposto a Stiglitz via Twitter:

Marcel Fratzscher

@MFratzscher

Dear @JosephEStiglitz , you are wrong: neither will Italy benefit from exiting the euro, nor is there EU reform paralysis (esp. vs US), nor is Germany the devil.
Euro reforms require a sensible balance of risk sharing & reduction, solidarity & rules.http://prosyn.org/H9vw0EH 

Can the Euro Be Saved? | by Joseph E. Stiglitz

Across the eurozone, political leaders are entering a state of paralysis: citizens want to remain in the EU, but they also want an end to austerity and the return of prosperity. So long as Germany…

project-syndicate.org

«Caro Joseph, sei nel torto: l’Italia non beneficerà da un’uscita dall’Euro, la riforma dell’Unione non è in uno stato di paralisi e la Germania non è il diavolo. C’è bisogno di un bilanciamento sensato fra condivisione e riduzione dei rischi [sistemici], solidarietà e regole», scrive Fratzscher.

Al di là dello scambio Stiglitz-Fratzscher, sempre su Project SyndicateMichael J. Boskin, professore di Economia a Stanford ed ex-presidente del consiglio degli economisti del governo di H.W. Bush tra l’89 e il ’93, scrive che l’Italia deve affrontare una «crisi quadrupla» che si compone delle «difficoltà del sistema bancario», del «debito fuori controllo», di una reazione ostile all’“immigrazione” e una generalizzata scarsa «condizione economica».

Secondo Boskin, è una combinazione che potrebbe mettere a rischio l’intero proecsso di integrazione europea. Spetta a Roma salvare l’Ue? No, «molto dipenderà anche dal destino del percorso di riforma proposto da Emmanuel Macron» (sulla stessa falsariga, anche Mark Leonard, direttore del European Council on Foreign Relations, ha realizzato un podcast in cui ribadisce che le strade per l’Europa passano da Roma”).

Ma non finisce qui. Sulle pagine di Social EuropeDani Rodrik, una delle voci più influenti dell’accademia economica e professore di Politica economica internazionale a Harvard, parte dall’Italia e, più nel dettaglio dal “caso Savona”, per discutere criticamente quando sia motivata la decisione, nell’Eurozona, di delegare la definizione del target inflazionistico e, corrispondentemente, della politica monetaria, a un’istituzione indipendente come la Banca centrale europea. Soprattutto alla luce del fatto che, l’indipendenza della Bce avrebbe, da un punto di fista puramente teorico, il fine di tutelare la stabilità democratica dei Paesi dell’Eurozona nel lungo periodo, a fronte di potenziali politiche iperinflazionistiche dei politici di turno.

Rodrik scrive che «quando alcuni Paesi nell’Eurozona sono colpiti da shock della domanda, il target inflazionistico [che una Banca centrale persegue], determina in che misura gli stessi Stati debbano seguire un percorso di aggiustamento deflazionistico doloroso in termini di salari». Avrebbe quindi «avuto senso, in seguito alla crisi dell’Euro, aumentare il target inflazionistico (che è del 2%) per facilitare la competitività delle economie del Sud». In ogni caso, secondo l’economista di Harvard la definizione di questi obiettivi è una questione prettamente politica, «perché implica questioni attinenti alla distribuzione della ricchezza prodotta da un’economia». L’indipendenza di agenzie che sono chiamate a raggiungere un determinato obiettivo, non può essere il risultato ultimo in sé. Altrimenti, la democraticità di tali strumenti di policy è quantomeno discutibile.

Il discorso che può sembrare molto tecnico, ma è legato a doppio filo al deficit democratico delle istituzioni europee e al caso Savona, citato sopra. Per Rodrik, quando la delega di politche ad agenzie indipendenti avviene per mezzo – e nel contesto di – trattati internazionali, c’è il rischio che l’obiettivo della stabilità democratica, si rivolti contro lo stesso concetto di democrazia: «Il deficit democratico dell’Ue deriva dal sospetto, diffuso (Rodrik qui usa il termine “popular”), che [l’indipendenza della Bce] non serva tanto a rafforzare nel lungo periodo le democrazia nazionali in Europa, quanto a servire gli interessi finanziari». In questo senso, anche la decisione di Mattarella «rinforza questa interpretazione».

Forse è normale che di tutto ciò in Italia non si scriva, o discuta troppo. Ci sono tabù che resistono a tutto nel nostro Paese. Eppure, il Mondiale di calcio mancato darebbe ampi spazi, Salvini e “migranti” pemettendo. A proposito, vista la nostra assenza in Russia, sul New York Times, Tim Parks si chiede: di cosa possono ancora sentirsi orgogliosi gli italiani?

(ilSalto, 22.06.2018)

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Analisi e report

Il vero leader dell’Europa non è Bruxelles e si chiama BCE

In tempi di crisi economica e valoriale, le comunità politiche e, più in generale, gli individui vanno in cerca di leader carismatici capaci di ridurre l’incertezza. Lo stesso è avvenuto anche in Europa, dopo il 2007. Eppure, sarebbe difficile indicare chi sia stato, nel corso dell’ultimo decennio, la guida dell’Unione europea.

La Commissione? Molti analisti politici storcerebbero la bocca: le risorse in mano alla CE sono limitate e il conflitto interistituzionale a Bruxelles troppo grande. Certo, ci sono stati interventi precisi e mirati in determinati settori di policy. Ma qui siamo in cerca di leadership e carisma. Vien da pensare alla Germania. Eppure, Berlino ha operato in maniera intermittente e, sicuramente, senza una salda visione in grado di convogliare un consenso, per l’appunto, inter-governativo. Quindi?

Uno studio condotto dai ricercatori del progetto REScEU dell’Università di Milano dimostra come sia stata la Banca centrale europea (BCE), al netto degli interventi tecnici di politica monetaria, a caricarsi sulle spalle il ruolo di motore “politico” dell’Ue. Insomma, se esiste un leader, bisogna cercarlo a Francoforte, non a Bruxelles.

La ricerca di Pier Domenico Tortola (Università di Groeningen) e Pamela Pansardi(Università di Pavia) parte dalla definizione weberiana di carisma e analizza un corpus di 560 discorsi ufficiali della Presidenza della BCE dal ‘98 al 2016. È tramite questi “discorsi presidenziali” e, quindi, tramite il linguaggio, che la BCE si è trasformata in “leader carismatico” all’interno dell’Ue nel corso degli ultimi 10 anni.

Quali sono gli elementi che lo dimostrano? Da un punto di vista linguistico, la leadership di sostanzia nell’utilizzo di espressioni tipiche, come, per esempio, il riferimento a eventi passati posti in continuità con il presente; ma anche la sottolineatura di identità collettive e l’apprezzamento delle azioni dei “seguaci” (del leader di turno). Oppure ancora: l’utilizzo di giustificazioni morali e l’identificazione tra leader e seguaci. Infine, il riferimento a obiettivi futuri (piuttosto che di breve periodo) e alla “speranza” e alla “fiducia”.

Figura1 Euvisions

Figura 1. Variazione di linguaggio carismatico da parte della BCE nel corso degli ultimi 20 anni

I risultati dell’analisi dimostrano come la BCE sia diventata un leader e carismatico con l’avvento della crisi economica. Mario Draghi ha giocato un ruolo chiave in questo senso? I controlli statistici indicano che la trasformazione carismatica dell’istituto sia avvenuta in maniera indipendente rispetto all’avvicendamento alla presidenza.

In soldoni: tra i discorsi di Trichet e Draghi non c’è differenza sostanziale, ma tra quelli di questi ultimi e i presidenti precedenti sì. È la crisi ad aver spinto la BCE a cambiare comportamento.

 

(Linkiesta, 15.05.2018)

Photo CC Flickr: European Parliament

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Analisi e report

Banca centrale europea, dopo Draghi ecco lo spauracchio Weidmann

Questa settimana, l’Eurogruppo guidato dal portoghese Mario Centeno, ha indicato la propria preferenza per Luis de Guindos, attuale ministro dell’Economia spagnolo, all’interno del processo di selezione valido per occupare la posizione di vicepresidente della Banca centrale europea (BCE). In seguito alla decisione ufficiale, che verrà presa in occasione del Consiglio europeo di marzo, De Guindos succederà quindi Vitor Constancio, a partire dal prossimo mese di giugno.

La nomina dello spagnolo potrebbe avere un significato particolare soprattutto in funzione dell’avvicendamento alla testa della Banca centrale che avverrà l’anno prossimo. Mario Draghi, l’uomo che secondo molti analisti avrebbe “salvato l’Euro” con il famoso discorso “whatever it takes” del 2012 (in piena crisi del debito sovrano), giungerà infatti a fine incarico nel 2019.

Più nel dettaglio, secondo un meccanismo mai ufficializzato di bilanciamento fra interessi (e filosofie monetarie) attinenti a diverse aree economiche europee, uno spagnolo alla vicepresidenza dovrebbe favorire le chance di un rappresentante del Nord al vertice dell’istituzione monetaria

Ecco allora che il tedesco Jens Weidmann, diventerebbe il candidato numero uno per la guida della BCE.Weidmann è noto per essere stato uno dei maggiori critici delle politiche monetarie della BCE degli ultimi anni. Nel folcloristico linguaggio giornalistico italiano, è stato spesso dipinto come un “falco”, ovvero un uomo tutto “stabilità e rigore”, contrario a inondare il mercato con eccessiva liquidità. È bene ricordare che attualmente – e almeno fino al mese di settembre di quest’anno – la BCE acquista titoli per un valore di 30 miliardi al mese nel quadro del noto programma di quantitative easing (il volume degli acquisti è andato scemando in maniera significativa, nel corso dell’ultimo anno). Queste misure, insieme a un tasso di interesse tenuto volontariamente basso dall’Istituto di Francoforte, sono un marchio di fabbrica della gestione Draghi.

In seguito alle notizie trapelate dall’Eurogruppo, il “neo-nominato” de Guindos ha affermato che la politica monetaria tornerà alla “normalità” parallelamente al recupero dell’economia reale. A un primo sguardo, le parole caute dello spagnolo sono in linea con la posizione attuale del Direttorio della BCE. Eppure, Handelsblatt, proprio ieri ha segnalato come le speculazioni riguardo a un binomio Weidmann-de Guindos abbiano già avuto un effetto concreto, ovvero la presa di distanza da parte di investitori dai titoli di debito pubblico sovrano. Secondo Ricardo Garcia di UBS, “una BCE sotto Weidmann provocherebbe una normalizzazione dei tassi di interesse a ritmi più rapidi del previsto”.

Della problematicità di una “BCE sotto Weidmann” hanno scritto in molti, nel corso delle ultime settimane. La critica più dura è arrivata da Steffen Stierle sulle pagine di Euractiv.

Stierle ha sottolineato come la figura del Presidente della BCE debba essere abile nell’ottenere “compromessi”, non proprio il tratto distintivo del Presidente della Bundesbank se si considerano le uscite pubbliche degli ultimi anni. Del resto, la stessa BCE ha il mandato di lavorare nell’interesse dell’intera Eurozona e non del Paese di origine del Presidente

Ma i giochi sono veramente già fatti?

Robin Huguenot-Noel, un policy analyst dello European Policy Centre (EPC) citato ieri da Euractiv, ha spiegato che le chance di Weidmann, oltre che dalla nomina dello spagnolo, dipendono anche da cosa accadrà in seno ad altre istituzioni e Gruppi politici europei. In che senso? La Francia di Macron, come altri Paesi membri, sarebbe cosciente del cambio di passo che implicherebbe una coppia Weidmann-de Guindos. Conseguentemente, dovrebbero esistere dei contrappesi: uno di questi potrebbe essere l’ascesa del francese, Michel Barnier – attuale capo-negoziatore per la Commissione europea nella Brexit – alla guida del Gruppo politico del Partito popolare europeo (PPE) presso il Parlamento europeo. In virtù della procedura degli spitzenkandidaten, Barnier (e quindi, nell’ottica inter-nazionale, la Francia) potrebbe “mettere le mani” su Palazzo Berlaymont.

Insomma, in linea generale, e come scrive Pablo R. Suanzes sulle pagine di El Mundo, le possibilità di Weidmann dipendono dalle posizioni istituzionali che otterranno Francia e Italia. Per ora si tratta di fantapolitica, ma il ballo delle cariche europee è iniziato. Da qui alla prima metà del 2019, le istituzioni comunitarie cambieranno volto.

 

(Linkiesta, 23.02.2018)

Photo CC Flickr: European Central Bank

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