Editoriali e opinioni

Un’altra Europa è ancora possibile? L’ipotesi socialista di Corbyn

Settimana scorsa, il comitato britannico “Another Europe is Possible” ha pubblicato un pamphlet dal titolo “The ‘Corbyn moment’ and European socialism”.

Gli autori del manifesto, Luke Cooper (Anglia Ruskin University), Mary Kaldor (London School of Economics), Niccolò Milanese (Direttore di European Alternatives) e John Palmer (Direttore dello European Policy Centre) sostengono che esista un’opportunità storica per rilanciare il progetto dell’Unione europea “da dentro” e con tratti marcatamente “socialisti”.

La prima condizione necessaria affinché ciò avvenga è che Corbyn riesca a insediarsi, quanto prima, a Downing Street con un’agenda di riforme socialiste. ‘Il momento Corbyn’ causerebbe un effetto domino sulle costellazioni politiche degli altri Paesi membri dell’Ue.

Citando direttamente gli autori:

Considerando che il Regno Unito può essere considerato, in larga parte, il propulsore del fallimentare modello economico neoliberale in Europa, un cambio di direzione radicale nello UK, rappresenterebbe un colpo duro per i pochi Paesi che ancora supportano politiche di austerità in Europa

Che aspetto dovrebbe avere questa nuova Unione? Il documento elenca una serie di aree di intervento e di politiche che, attuate nel loro complesso, darebbero vita a un’ ‘Altra Europa’: si passa dalla tassazione delle multinazionali alla regolamentazione dei flussi finanziari, passando per la protezione dei diritti dei lavoratori migranti, dei diritti civili nell’era digitale, la lotta coordinata al cambiamento climatico, fino alla gestione dei conflitti globali e, soprattutto, alla riforma dell’Eurozona (in alternativa al manifesto, si veda questo articolo riassuntivo di Mary Kaldor su OpenDemocracy).

Ovviamente, esiste una seconda condizione necessaria affinché tutto ciò avvenga: il Regno Unito dovrebbe rimanere nell’Unione europea. Peccato però che, per ora, il Labour si sia espresso chiaramente soltanto a favore di una permanenza nell’Unione doganale. Questo scenario escluderebbe Londra dalla definizione delle politiche economiche e sociali dell’Ue.

Diventa chiaro quindi come l’obiettivo del pamphlet sia duplice: spostare sia l’orientamento della classe dirigente del Labour, che dell’Unione. In soldoni: per ribaltare l’Ue bisogna ribaltare la Brexit.

Come valutare l’azione di Another Europe? Considerando che si tratta di un pamphlet è ovvio che ci sono forti assunti normativi: il documento parla di un futuro desiderato.

Ma non si può certo nascondere che, dopo dieci anni di crisi economica e sociale, la domanda che assilla il campo della sinistra europea sia la seguente: un’altra Europa è (effettivamente) possibile

Al di là del taglio normativo del manifesto, la domanda dovrebbe essere rilevante anche per gli autori del documento in questione. Soprattutto nel momento in cui, proprio per convincere la classe dirigente del Labour, viene, a più riprese, citato uno scenario in cui le forze politiche nazionali di sinistra in Europa potrebbero coltivare un’azione coordinata e strategica. Poi, di domande, ce ne sono altre. Per esepio: chi compone questo campo di alleanze strategiche? Se ancora non esiste, come si struttrano le alleanze? Quali sono gli strumenti di dialogo tra classi dirigenti di sinistra dei singoli Paesi? E forse, ancor prima, quali sono le classi dirigenti di riferimento? Sono politicamente e storicamente credibili? E, soprattutto, come si ribaltano i rapporti di forza interni alle istituzioni europee di stampo intergovernativo?

Qualsiasi piano per cambiare l’Europa che si dice di sinistra, non può limitarsi a dipingere i tratti di un’Unione europea “socialista” del futuro, ma deve anche spiegare come arrivare all’obiettivo. E lo deve fare nel dettaglio. Non è solo una questione di logica. I risultati delle elezioni parlamentari europee del 2014, nonché quelle delle liste progressiste ed europeiste in Francia, Germania e Italia ottenuti nel 2017 e 2018, dimostrano chiaramente che la retorica dell’ “alternativa” non funziona più. Mentre, se Corbyn andrà al potere, sarà parzialmente anche perché incarna una sorta di ritorno alla via nazionale per il socialismo.

(ilSalto, 16.03.2018)

Photo CC Flickr: PRO duncan c

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Nigel Farage vuole un secondo referendum sulla Brexit, e non è un paradosso

Nella riapertura di una questione dicotomica sulla “Brexit” (“sì o no”, “dentro o fuori”), Farage intravede la possibilità di spaccare definitivamente sia il partito conservatore che il Labour, e ambire a Downing Street.

Circa due settimana fa, Nigel Farage, l’ex leader del Partito per l’indipendenza del Regno Unito (UKIP), ha affermato che un secondo referendum sulla Brexitsarebbe cosa buona e giusta. Secondo Farage, il voto sarebbe utile per “sconfessare definitivamente” i cosiddetti remainers, ovvero coloro che, da due anni a questa parte, si battono per una permanenza nell’Unione europea.

Sebbene l’affermazione di Farage punti nella direzione di una conferma della Brexit, è altrettanto vero che, oggigiorno, a giudicare dai sondaggi, una seconda consultazione popolare non darebbe lo stesso risultato del 23 giugno 2016.

Come motivare allora le parole di Nigel? In fondo, per un anno e mezzo, l’idea di un “secondo referendum” è stato un tabù per il campo del leavers (simmetricamente ai remainers, si tratta di coloro che si spendono, da sempre, per l’abbandono dell’Ue). Ne derivano due ipotesi. La prima: Farage pensa di poter vincere ancora una volta un referendum sulla Brexit. La seconda: Farage si è accorto che, senza “una Brexit per cui lottare,” non ha più un lavoro. Steve Bell delGuardian ha raffigurato egregiamente questa seconda alternativa. Il ragionamento, in un certo senso, è semplice: immaginate una Padania indipendente o, per dire, uno Star Wars senza Sith. Che ragione avrebbero di esistere la Lega Nord e i Jedi?

Surrealismo pop?

Sarebbe legittimo tacciare tutto ciò di surrealismo. Ma è proprio a questo punto che entra in scena l’entourage “comunitario.” In seguito alle parole di Farage, sia il Presidente della Commissione europea che del Consiglio, Jean Claude Juncker e Donald Tusk hanno detto che “un cambio di idea da parte di Londra” sarebbe più che benvenuto. Come dire: un secondo referendum? Perché no?

Ma, a gettare ghiaccio sulla partita, ci hanno pensato sia Theresa May, la Prima ministra e leader dei Conservatori, nonché Jeremy Corbyn, guida del Labour. Entrambi hanno escluso un secondo voto per riportare il Regno Unito nell’Ue. Sembrerebbe un grande paradosso, e invece no. Perché?

In realtà, l’affondo di Farage è meno “egoistico” e più serio di quanto non sembri. Ancora una volta, il deputato britannico più denigrato d’Europa, sembra leggere in anticipo le tendenze e la situazione del sistema politico moderno “più antico” del Vecchio continente.

Le ipotesi “uno” e “due” di cui sopra si fondono così in un unico grande “azzardo,” ovvero:

  • organizzare un secondo referendum;
  • vincerlo;
  • ottenere un lavoro migliore del precedente.

Quella di Nigel è un’ipoteca su Downing Street.

Le fratture del sistema britannico: dai tories …

Non è un segreto che i tories siano in caduta libera da quando si sono imbarcati sul vascello Brexit.

Lo hanno dimostrato le elezioni lampo dello scorso giugno, in occasione delle quali, i Conservatori hanno perso la propria maggioranza nella Camera bassa del Parlamento. Theresa May è stata definita da alcuni come il leader più debole di cui la storia politica britannica abbia memoria.

In altri termini, l’attuale Governo non sembra in grado di gestire la transizione post-referendum (è un’opinione alimentata anche dall’incredibile quantità di articoli sul tema pubblicati dalla stampa di Bruxelles nel corso dell’ultimo anno e mezzo).

Fin dal giugno 2016 poi, l’Esecutivo britannico è spaccato tra coloro che vorrebbero una Brexit “dura” — un’uscita dall’Ue senza “se e senza ma,” con tanto di esclusione di un accordo sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione doganale europea — e coloro che, invece, preferirebbero addirittura restare all’interno del Mercato unico — una condizione che, però, implicherebbe la libera circolazione di cittadini comunitari nei territori UK e che, quindi, ignorerebbe il “messaggio” e la “volontà” politica scaturita dal referendum stesso.

A ben vedere, la lite in casa Downing Street, in fondo, non è altro che il riflesso di una divisione interna al Partito conservatore.

Secondo Michael Hartmann, un noto sociologo delle élite, le differenti posizioni sulla Brexit in seno ai tories, dipendono, a loro volta, dall’internazionalizzazione della classe dirigente britannica, instauratasi dopo Thatcher, nel corso degli ultimi 30 anni: c’è chi è affezionato al mito della globalizzazione (i conservatori anti-Brexit legati alla City di Londra) e chi a un Regno Unito “classico” (i “vecchi” industriali pro-Brexit della provincia).

… al Labour

Ma la spaccatura sulla Brexit non attraversa soltanto i Conservatori. Vale quindi la pena ricordare le giravolte del Labour sotto Corbyn.

Il leader di Chippenham è dapprima passato da una storica posizione critica nei confronti di Bruxelles all’endorsement della campagna anti-Brexit nel corso del referendum del 2016. E, successivamente al voto, da una campagna a favore di una Brexit morbida (con conseguente permanenza nel Mercato unico) ad una sorta di minimalismo e snobismo nei confronti dell’Ue, che giustificherebbe soltanto la permanenza nell’Unione doganale (e forse neanche quella).

L’atteggiamento di Corbyn è quello di un politico che vuole tenere insieme due componenti della base del Partito. La prima, giovane ed europeista, si batte in primis per diritti civili e cosmopolitismo; la seconda, meno identificabile in termini generazionali e più “britannica,” pone la lotta di classe come obiettivo primario.

Il leader del Labour si è accorto che, per il momento, mettere l’accento sulle “questioni sociali” — tra cui la crisi dello Stato sanitario nazionale, gli effetti devastanti delle privatizzazioni, i costi esorbitanti dell’educazione universitaria, il mercato immobiliare fuori controllo — permette di tenere insieme le due componenti. E, forse, di guadagnare addirittura voti della destra — un recente sondaggio indica che gli elettori dei tories vedono come priorità le questioni sociali.

In questo senso, parlare di Brexit è un rischio totale che potrebbe spaccare di nuovo i laburisti.

Riaprire le ferite

È proprio questa, probabilmente, l’analisi alla base della mossa di Farage, il quale intravede, nella riapertura di una questione dicotomica sulla “Brexit” (“sì o no”, “dentro o fuori”) la possibilità di spaccare definitivamente sia il partito conservatore che il Labour e ambire, quindi, a Downing Street.

In un recente articolo pubblicato su Politico, viene messo l’accento sulle manovre di Farage e Arron Banks, ex-finanziatore dello UKIP, per lanciare un nuovo movimento che sostituisca il Partito indipendentista e che possa mettere le mani sul Governo per implementare una politica isolazionista e di destra radicale nel Regno Unito.

A tal fine è innanzitutto necessario distruggere lo UKIP stesso e darsi una nuova immagine: un risultato in pratica già ottenuto destituendo, uno dopo l’altro, come marionette, gli ultimi tre leader del Partito e tagliando in finanziamenti privati al movimento.

In secondo luogo, è necessario aprire una nuova battaglia campale che riesca a spaccare sia il Labour di Corbyn che i Tories. Il referendum sulla Brexit del 2016ha dimostrato come farlo. Perché non raddoppiare?

(The Submarine, 24.01.2018)

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Analisi e report

La bancarotta di Carillion potrebbe cambiare il Regno Unito, l’Europa e le nostre politiche economiche

Lunedì 15 gennaio, la ditta-multinazionale, Carillion, ha dichiarato fallimento, dando di fatto il “la” alla più grande bancarotta nel Regno Unito dalla crisi del 2007–08.

Carillion è crollata sotto al peso di circa 3 miliardi di sterline di debiti verso banche, imprese e istituzioni pubbliche del Paese. Tra questi ci sarebbero circa 500 milioni da saldare nei confronti del sistema pensionistico.

Insomma, nel Regno Unito è successa una cosa grave. E parte della notizia è che non ha nulla a che fare con la Brexit.

Carillion?

Carillion, ex-Tarmac che inglobò Wimpey and Alfred McAlpine, opera nel Regno Unito, in Irlanda, Canada, nel Medioriente e in Nord Africa. Si tratta di una multinazionale “tuttofare”, con più di 40,000 dipendenti associati al proprio nome, attiva soprattutto nel settore edilizio e delle infrastrutture.

Nel corso dell’ultimo decennio e in seguito a dei provvedimenti legislativi che hanno messo in atto una strategia generalizzata di esternalizzazioni e privatizzazioni, Carillion si è accaparrata una quantità consistente di risorse pubbliche per la realizzazione di opere e servizi di pubblica utilità nel Regno Unito.

La lista della spesa esatta delle attività e dei progetti e servizi che sono (o, forse, sarebbe meglio dire “erano”) all’ “attivo” di Carillion, l’ha fatta Rob Davies and Dan Sabbagh sulle pagine del The Guardian.

Considerando soltanto le attività legate al Sistema sanitario nazionale (NHS), si parla della:

  • gestione di 200 strutture per un totale di 11,800 posti letto,
  • preparazione di più di 18,500 pasti giornalieri,
  • gestione di centralini per un totale di 1,5 milioni di chiamate all’anno,
  • gestione di una serie di team tecnici sul territorio nazionale.

Poi ci sarebbero le attività legate ai settori trasporto, difesa e sicurezza (incluso alcuni istituti di detenzione), educazione ed energia. Per fare un altro esempio che renda l’idea: Carillion ha vinto recentemente, insieme ad altre aziende “sorelle” del business britannico degli appalti pubblici, un contratto da 56 miliardi di sterline per la costruzione di una linea ferroviaria rapida che dovrebbe collegare alcune delle più grandi città del Paese, la nota HS2. Ad oggi, ci sono 450 progetti-cantieri ancora aperti a nome di Carillion.

Chi sarà colpito dal fallimento di Carillion?

Tecnicamente, Carillion è il datore di lavoro sia di impiegati del settore pubblico, che di quello privato. Il fallimento non colpirà i primi: il Governo ha già fatto sapere che provvederà, almeno per ora, a erogare gli stipendi. Per i secondi invece, da mercoledì potrebbe scattare il blocco dei pagamenti. Lo ha reso noto David Lidington del Gabinetto di Theresa May, dopo aver partecipato, lunedì scorso, a una riunione di emergenza per cercare di evitare la bancarotta.

Ma per spiegare quanto sia grave la situazione non basta parlare delle cifre di Carillion e dei suoi dipendenti “diretti”. L’azienda rappresenta infatti un indotto per un “sottobosco” di piccole e medie imprese britanniche.

Sempre secondo il The Guardian, circa 30,000 aziende sarebbero in una posizione di credito rispetto a Carillion. Secondo Suzannah Nichol, di Build UK, la casistica indica che il 18 per cento di pmi collegate a multinazionali di questo livello non sopravvivono all’anno del fallimento della “casa madre”.

Come è potuto accadere?

Negli ultimi sei mesi, scrive Rebecca Long-Bailery, su New Statesman, Carillion aveva emesso tre cosiddetti “profit warnings”, ovvero dichiarazioni di “fragilità” finanziaria. Nonostante ciò, da allora, l’azienda era riuscita ad accaparrarsi altri 2 miliardi di sterline di appalti, tra cui anche la già citata linea ferroviaria, HS2.

Secondo la “Strategic Risk Management Policy” del Governo britannico, sarebbe compito dell’Esecutivo stesso “etichettare” un’azienda sistemica “a rischio” come tale. Inoltre, il Governo dovrebbe appuntare un “ufficiale della Corona” (un emissario governativo) per la gestione dei rapporti tra Governo e impresa e per il controllo della bontà dei bilanci di questa ultima. Nulla di tutto questo sembra essere avvenuto. Il Partito laburista ha detto che cercherà di avere delle risposte in merito dal Primo ministro, Theresa May.

Nel frattempo, il Governo ha chiesto alla Commissione per i fallimenti (Insolvency Servicesdi avviare con urgenza un’inchiesta sulla condotta dei vertici dell’azienda. Resta infatti l’interrogativo di come un gigante dell’economia possa essere andato in malora senza che nessuno se ne accorgesse.

Nel corso di una riunione tra sindacati e Governo svoltasi martedì, France O’Grady, la Segretaria generale del TUC (Trade Union Confederation) ha suggerito di creare una Commissione apposita che si occupi di verificare i rischi per la filiera di pmi legate a Carillion.

Sia O’Grady che Len McCluskey, Segretario generale di UNITE (il più grande sindacato britannico) avrebbero contestualmente accusato il Governo di non essere pronto a gestire la crisi.Tra l’altro, Carillion era stata coinvolta, nel 2015, in uno scandalo legato allo spionaggio di sindacalisti britannici all’interno ad alcune multinazionali.

Finora, il Governo ha escluso qualsiasi ipotesi di “salvataggio” attraverso risorse pubbliche (bailout), ma, allo stesso tempo, qualsiasi processo di liquidazione resta, per il momento, avvolto dall’incertezza.

La notizia nel contesto politico UK

Karel Williams, un docente della Università di Manchester citato da Der Spiegel, ha affermato che imprese come Carillion costituiscono un’anomalia perché, nel corso degli anni, si sono trasformate da aziende edili in generici “conglomerati per l’esternalizzazione”.

In un pezzo di analisi pubblicato dal Independent, Hazel Sheffield ha spiegato che Carillion, al pari di molti istituti di credito coinvolti nella crisi finanziaria del 2007–08, è diventata “too big to fail” — si tratta di un modo di dire inglese per indicare attori dell’economia che, a causa del loro volume di affari, diventano sistemici. Questi ultimi “non possono di fatto fallire”, senza tirare nel baratro l’intero mercato.

Ma come ha fatto Carillion a diventare “too big to failHazel spiega che la multinazionale fa parte di quello che si può chiamare uno “stato ombra” (“shadow state”), ovvero un gruppo di grandi imprese che, all’ombra dell’attenzione pubblica, hanno ottenuto commesse per gestire e realizzare servizi e opere di interesse pubblico. Oltre a Carillion, fanno parte di questo ristretto circolo, realtà come G4S e Serco.

Tecnicamente, i contratti che legano il Governo e queste grandi aziende si chiamano private financial initiatives (PFI). Si tratta di uno dispositivo specifico che, di fatto, sostanzia ciò che genericamente viene definito “privatizzazione”.

Vale la pena ricordare che lo European Services Strategy Unit, un gruppo di ricerca con focus “giustizia sociale”, ha recentemente acceso un faro sul legame tra linee di credito legate alle PFI e le attività di fondi off-shore.

Nazionalizzazioni, welcome back

Conseguentemente, il caso Carillion ha portato nuovamente all’attenzione dei cittadini lo storico dibattito sull’opportunità di affidare a privati servizi di pubblica utilità (#2).

Richard Seymour ha descritto in maniera brillante e sintetica gli ultimi 30 anni di politica delle privatizzazioni made in UK. Lanciata dai governi Thatcher negli anni ’80, questo approccio di policy è stato sviluppato senza soluzione di continuità significativa dal New Labour di Tony Blair e Gordon Brown (è negli anni ’00 che nascono i PFI), prima di diventare, ancora una volta, il marchio di fabbrica dell’era Cameron. Ora però, potrebbe essere arrivato a un punto di svolta.

In un editoriale pubblicato dal The Guardian, John Mac Donnell, deputato del Labour, nonché ministro ombra dell’economia, ha colto al balzo il caso Carillion, affermando che non ci saranno più sottoscrizioni di PFI nel caso di un futuro governo laburista. Sulla stessa testata giornalistica, Simon Jenkins, un editorialista di estrazione conservatrice, ha scritto invece che il problema non sarebbero le privatizzazioni in sé, quanto la natura specifica dei contratti PFI, contraddistinti da ritardi cronici negli esborsi statali e influenzati da favoritismi reciproci tra business e Governo.

Da Carillion a Downing Street

Intanto, Jeremy Corbyn, il Segretario generale del Labour, ha definito il caso Carillion “uno spartiacque” per il Paese. L’opposizione ferma a qualsiasi forma di privatizzazione e il conseguente ritorno a una politica di nazionalizzazioni di settori chiave dell’economia, è una delle componenti essenziali della “politica semplice” ed efficace di Corbyn, Oltremanica.

In secondo luogo, c’è la critica serrata alle politiche di austerità degli ultimi 10 anni di conservatorismo. Queste ultime giocherebbero, inoltre, un ruolo fondamentale nello spiegare il crollo stesso di Carillion: la costante riduzione dei flussi di risorse con cui il Governo ha finanziato le attività esternalizzate, avrebbe messo in difficoltà le imprese private a cui era stato dato il compito di erogare i servizi.

In un’intervista, Robert Peston, noto giornalista britannico che ha documentato gli anni del Labour di Blair e Brown, ha affermato che Jeremy Corbyn riuscirà ad arrivare a Downing Street proprio grazie alla semplicità delle sue proposte. Sebbene Peston non creda che si possa risolvere tutto “tramite il pubblico”, le proposte di policy di Corbyn riscuotono una grande eco perché comprensibili ed ancorate a episodi di attualità che sono sotto agli occhi di tutti.

Al nucleo concettuale del pensiero “corbynista” — che, in fondo, non propone nulla di nuovo rispetto all’impianto storico della sinistra socialdemocratica di un tempo e che oggi viene rinominata “radicale” — va aggiunta un’abilità inaspettata di Corbyn stesso. Ovvero, quella di sfruttare gli eventi tragici che si stanno susseguendo nel Regno Unito per rendere “popolare” un armamentario concettuale e linguistico che risulterebbe “trito e ritrito”, se non ostico, ai più.

In questo senso, Carillion rappresenta soltanto uno degli esempi rilevanti. Ma lo stesso si potrebbe dire per il caso del rogo della Grenfell Tower, in cui morirono anche due giovani cittadini italiani. In quel caso, Corbyn fu abile a legare un evento scioccante alle politiche di deregolamentazione in ambito edilizio.

In un certo senso, è proprio questa semplicità a contraddistinguere Corbyn dal resto delle forze di centro-sinistra e di sinistra radicale in Europa. In un’intervista pubblicata su Political Critique, il sociologo tedesco, Michael Hartmann, ha affermato che, grazie alla sua radicalità di pensiero e comunicativa, Corbyn — alla stregua di Thatcher, la sua nemesi — potrebbe scatenare una rivoluzione tra le élite del suo Paese e non solo.

E’ per questo che la bancarotta della multinazionale britannica potrebbe suonare come l’ultima nota di un carillon che accompagna il Labour verso l’insediamento a Downing Street, a 20 anni dall’ultima volta.

(ilSalto, 26.01.2018)

Photo CC Flickr: Elliott Brown

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Corbyn can kick off a revolution among Europe’s political elites – an interview with Michael Hartmann

Michael Hartmann is a German sociologist and political scientist. During his academic career he has analysed the transformation of European and global elites. He spoke to Alexander Damiano Ricci about 30 years of changes in the European ruling class: from Thatcher to Corbyn, from Podemos to Syriza, from the Eurosceptics to Maastricht.

Professor Hartmann, what is the elite?

The elite is comprised of people who have the ability to significantly influence social developments thanks to their institutional position or economic status. More specifically, elite representatives are members of the Government, leading profiles within the public administration and the judiciary of a country, as well as chief executive officers of large national companies. Specific people working in the media sphere can also be brought into the picture.

How many people make up the elite of a country?

About 2000 people.

How accessible is the elite?

It really depends on which elite-branch and country we are talking about. For instance, in Germany, 75% of the chief economic officers who are part of the economic elite stem from the richest 4% of the population. Among German political elites, on the other hand, the figure drops down to 50%. In France the numbers are slightly different and rise to 90 and 60%, respectively. This implies, on the one hand, that the economic elite is more exclusive than the political one, generally speaking. On the other hand, it tells us that France has more “exclusive” features compared with Germany.

In recent years there has been much talk of the influence of the ‘ordoliberal’ economic theory on European elites. Would you agree with that?

Ordoliberalism is a theoretical paradigm rooted in the German political elite. The neoliberal Anglo-Saxon paradigm, on the other hand, continues to be the reference among economic elites, in general. Anyhow, concerning the fundamental choices of economic policy, such as those relating to taxation and fiscal policies, both doctrines claim that taxes must be lowered.

Can you describe the evolution of European elites over the last decades?

We observed the last significant turn within elites when Thatcher took power in the UK. More specifically, at that time within the British Conservative Party the neoliberal paradigm gained traction. The transition was accompanied by a fully fledged shift in the composition of the Government’s staff. If, before Thatcher, the Labour government featured 30% of people stemming from the upper bourgeoisie, that same number reached the staggering proportion of 80%. From an ideological point of view, all other European countries subsequently followed that paradigm shift.

Today, in the UK, Corbyn is driving a new transformation. Can the latter be understood as another historical structural change of the elites?

Definitely. And, by the way, it is not a coincidence that this new change is occurring in Thatcher’s country. Several generations of British citizens experienced the consequences of neoliberal policies. The increase in university fees with the resulting indebtedness of younger generations, the crisis in the real estate market and the phenomenon of “zero hour” contracts are significant examples. But now the “zeitgeist” has changed. And Corbyn says: “For the many, not the few” …

Credit: Flickr/R Barraez D´Lucca. Some rights reserved

Is there a massive dose of populism in Corbyn’s rhetoric and strategy?

No. Corbyn grasped “the” thing: there is a feeling that for 35 years politics has operated exclusively in the interests of wealthier classes.

Using your analytical lenses, thanks to Corbyn, the British political elite could change with the next election. But not the economic one …

That’s right. And the latter will lead a fierce opposition to Corbyn. However, the Labour leader can count on the support of social movements, the grassroot and intermediate levels of his Party, the trade unions and, last but not least, significant chunks of the public administration. And, of course, Brexit divided the economic elite.

What do you mean?

Brexit is a symptom of the poor cohesion within the British economic elite. If compared to other economic elites in Europe, the former is the only one that has undergone a massive process of internationalisation. This dynamic created a gap between the economic elite and the conservative political ruling class.

Will Corbynism also affect other countries in Europe?

Yes, there are mechanisms of imitation at play.

Yet, that imitation process did not happen if we look at the establishment of Podemos for example…

Podemos has to be understood as a political phenomenon strictly related to the Spanish real estate crisis of the late ’00s.

Not even Syriza delivered change at a European level …

In that case the German elite wanted to show that there could not be an alternative to the status quo. A strategy that could not be used in Spain at the height of the crisis: European political elites relied upon the ability of Rajoy to deal with social upheavals.

Yet, speaking of smaller countries, Portugal managed to establish an alternative …

… Which, with all due respect, does not affect the European public debate.

The point is, why should the United Kingdom become a model? In the end, it just decided to leave the European Union.

The United Kingdom has historically been a point of reference for anybody interested in politics. Moreover, a disruptive change in one of the main European social democratic parties cannot go unnoticed.

In fact, it also happened with Tony Blair and the ‘Third Way’…

Of course, the years of Schroeder bear witness. Now instead, especially for the young SPD levers, Corbyn is “the” model.

What about Schulz and the rest of the national SPD leadership?

Only some local representatives overtly endorsed Jeremy Corbyn.

So there will be no substantial changes in German social democracy, thanks to changes in the Labor party in the short term?

I don’t think so.

Earlier this year, after the German general elections, rumours spread about an internal struggle within the German left-wing party, Die Linke. What’s going on?

First of all, it makes no sense to talk about a crisis within Die Linke. Secondarily, the point is that the left has to live with a substantial mutation of its electorate. Leftist parties attract young people with high levels of education, not the victims of the economic system. This truth holds for anyone: Die Linke, Sanders in the US, or Corbyn in the UK. And it creates disruptions.

With all due respect for leftist parties, this is not good news …

Subordinate classes want to see a change. But for years the left did not exceed the 10% threshold. That’s a fact. As a result, nowadays voters opt for a “scandalous” choice like the AfD (Alternative for Germany), sending a signal to the system.

In an interview, you said that elites hold the main responsibility for the crisis. Are you a populist?

No. Yet, populism sheds light on real problems. Some people think that ordinary people get duped by populists.

Would you argue against that?

People are able to assess their living conditions better than anyone else. And the variations of the latter represent the benchmark for judging economic and social transformations at large.

Still, why would elites be the main culprits of the crisis?

They are, because, at any level – political, economic, administrative, judicial and in the media – they have made sure that the living conditions of the majority of the population have remained unchanged or worsened.

I insist. You are giving a few thousand people responsibility for the living conditions of millions of citizens. How can you claim that?

Because we are talking about people who, by definition, have the ability to “significantly influence” economic and social changes.

Can you give us some concrete examples?

The best example is still the setup of fiscal policies. Today we are obsessed by the goal of achieving a budget balance. However, there are two options to get there: spend less and cut welfare services, or use the tax lever to recover resources where they are accumulated, that is to say among large companies and wealthy classes.

So what?

The second road is never traveled. Moreover, there are narrow circles of people, the elites precisely, who have the last word about it.

That’s not true: political decisions are the result of a process …

This does not mean that the final decision is not taken by a few people.

That’s why we have intermediate bodies that can tackle these decisions and oppose them.

Too bad that the weakening of trade unions was, in many cases, a goal of the very same elite.

Nowadays, in response to global neoliberalism, political forces across Europe are increasingly discussing the return to a sort of economic patriotism. Do you think that would be the right solution?

No. Some issues need to be managed at a continental level. It is necessary to remain in a European framework somehow. But it is true that the national level remains the relevant playground for assessing the social effects of policies.

For some, however, the problem relies on “Brussels”…

Even today, contrary to what many political parties are ready to admit, the national level holds great autonomy. Again, fiscal policy remains a national instrument. The latter tool can be used to counteract capital flight or, for instance, implement redistributive policies.

Too bad there is the Maastricht Treaty in the way. Or are you saying that the latter does not count for anything?

Significant redistribution policies can be implemented within the 3% deficit rule. Secondly, the Maastricht ceiling can be overcome. Schroeder showed it first in early 00’s.

The ECB at dusk. Flickr/Christian Dembowski. Some rights reserved

Should Italy do the same today?

Of course, Italy is far too important for the EU. Nobody would risk letting the country go away. That’s why, a lot of budgetary flexibility will be granted to Rome. After all, the Commission did the same with France. At the same, time, I do not believe that a majority of Italian citizens would favour an exit from the Union or the Euro.

But don’t you think that an “Ital-exit” would represent a quicker way to solve the crisis?

No, there is no need for that. It would suffice that Italy, France, Germany and Spain implement coordinated progressive policies at the national level.

Too bad that a part of the Italian population thinks that Berlin operates only in the German national interest. In other words, some do not see enough political will for a change in Germany. By virtue of this immobility even people on the left have started talking about leaving the Euro.

The exit from the Common currency area does not solve the problems, let alone the dependence on Germany. When Mitterrand, during his first government, tried to make economic policies in the French interest, there was no Euro around. Nevertheless, there was a point of reference: the German D-Mark, an economically and politically strong and binding currency, as much as the Euro is today.

Yet, national authorities could de-valuate at will restoring competitivity. 

That’s true, but the German central bank still remained the point of reference. It was France that called for the Euro, with the aim to tie the hands of the Bundesbank, not vice versa. We might argue if that worked out, but a come back of national currencies is an illusion, because the latter does not lead to decreasing German economic power.

Could it loosen the political influence of Germany?

The failure of the negotiations between the CDU, the FDP and the Greens in the context of the so called “Jamaica” coalition, shows that German political power is crunching. If Angela Merkel fails to establish herself at home, she will also have a hard time at the European level. It means that there will be opportunities for a change. Furthermore, the German political elite will have to react to the transformations led by Corbyn in the United Kingdom and Macron in France.

How?

That’s hard to say. The most  important point is that Corbyn and Macron are moving in diametrically opposed directions.

(Political Critique, 29.12.2017).

Photo CC Flickr: Andy Miah

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Michael Hartmann: “Corbyn come Thatcher: può avviare una rivoluzione nelle élite europee”

Michael Hartmann è un noto sociologo e politologo tedesco. Nel corso della sua carriera accademica si è occupato della trasformazione delle élite europee e globali, un tema trattato anche nel testo “The sociology of elites” (Routledge, 2006). Il suo ultimo libro si intitola “Le élite economiche globali. Una leggenda” (Campus Verlag, Francoforte sul Meno, 2016), monografia che sfata il mito della mobilità assoluta dei fattori produttivi e della delocalizzazione.  Da Thatcher a Corbyn, passando per Podemos, Syriza e gli euroscettici: un dialogo con Il Salto su 30 anni di mutamenti nella classe dirigente europea.

Professor Hartmann, cosa è l’élite?

Sono persone in grado di influenzare significativamente le evoluzioni sociali grazie alla loro posizione istituzionale o di status economico. Ne fanno parte i membri del Governo, le punte dell’amministrazione pubblica e della giustizia, i dirigenti delle grandi aziende nazionali, ma anche determinate figure del mondo dei media. In questo senso si può parlare rispettivamente di élite economica, dei media, politica o amministrativa.

Quante persone costituiscono l’élite di un Paese?

Circa 2.000 persone.

Quanto è accessibile l’élite?

Dipende di quale settore e Paese parliamo. Per esempio, in Germania, il 75% degli amministratori delegati che fanno parte dell’élite economica, provengono dal 4% più ricco della popolazione. Nella politica invece, la percentuale è del 50%. In Francia queste percentuali salgono al 90 e 60% rispettivamente. Ciò vuol dire, da un lato, che l’élite economica è più esclusiva di quella politica. Dall’altro, che la Francia ha tratti più “esclusivi” della Germania.

Negli ultimi anni si è parlato molto dell’influsso della teoria economica ordoliberale sulle élite europee. Quanto c’è di vero?

L’ordoliberalismo è un paradigma radicato nell’élite politica tedesca. Il modello neoliberale anglosassone rimane invece quello di riferimento per le élite economiche in generale. In ogni caso, con riferimento alle scelte fondamentali di politica economica, come, per esempio quelle attinenti alla fiscalità, le dottrine concordano: le tasse vanno abbassate.

Qual è stata l’evoluzione delle élite europee negli ultimi decenni?

Con Thatcher si avviò l’ultimo mutamento sostanziale nelle élite politiche. Più nel dettaglio, nel Partito conservatore britannico si affermò appunto il paradigma neoliberista. La transizione fu accompagnata da un ricambio nello staff governativo. Se nel precedente governo un terzo del personale proveniva dall’alta borghesia, con Thatcher si passò all’80%. Successivamente, tutti gli altri Paesi si sono aggiunti al cambio di paradigma.

Proprio nel Regno Unito, oggi, Corbyn sta guidando una nuova trasformazione. Può essere paragonata a un altro storico mutamento strutturale delle élite?

Sì. E non è un caso che avvenga nel Paese di Thatcher. Nel Regno Unito ci sono diverse generazioni che hanno vissuto le conseguenze delle politiche neoliberiste. Sono esempi rilevanti l’aumento delle tasse universitarie con il conseguente indebitamento dei giovani, la crisi del mercato immobiliare e il fenomeno dei contratti “a zero ore”. Ma il zeitgeist è cambiato. Contestualmente Corbyn proclama “For the many, not the few”…

Populismo all’ennesima potenza?

No, Corbyn ha colto il punto: c’è la sensazione che per 35 anni la politica abbia operato nell’interesse delle classi abbienti.

Usando il suo approccio, con le prossima elezioni potrebbe cambiare l’élite politica britannica. Ma non quella economica.

Esatto. E quest’ultima condurrà una strenua opposizione a Corbyn. Ma il leader del Labour può far valere l’appoggio dei movimenti, dei livelli grassroot e intermedi del Partito, dei sindacati e della pubblica amministrazione. E poi la Brexit ha diviso l’élite economica.

Cioè?

La Brexit è un sintomo della scarsa coesione dell’élite economica britannica. Quest’ultima, tra quelle dei grandi Paesi, è l’unica ad essersi internazionalizzata. Ciò ha causato un de-ancoraggio tra élite economica e classe dirigente conservatrice.

Il corbynismo influenzerà anche gli altri Paesi?

Sì, esistono meccanismi di imitazione.

Perché non ha funzionato con Podemos?

Podemos è un fenomeno prettamente legato alla crisi immobiliare di fine anni Duemila.

 

CC Flickr: Barcelona En Comú

Nemmeno Syriza è stata una miccia per un cambiamento …

In quel caso l’élite tedesca ha voluto dimostrare che non poteva esserci un’alternativa allo status quo. Una strategia che non poteva essere utilizzata in Spagna, dove si è fatto affidamento alla capacità di Rajoy.

Eppure il Portogallo è riuscito a creare un’alternativa…

… che non incide sul dibattito pubblico europeo.

E allora perché il Regno Unito dovrebbe diventare un modello? In fondo ha deciso di uscire dall’Ue.

Il Regno Unito ha storicamente rappresentato un punto di riferimento nella politica. Un cambiamento in uno dei principali partiti socialdemocratici europei non passa inosservato.

In effetti, accadde anche con Tony Blair e la “Terza via”.

Sì, ne sono testimonianza gli anni di Schroeder. Ora invece, soprattutto per le giovani leve della Spd, è Corbyn il punto di riferimento.

E per Schulz e il resto della dirigenza nazionale?

No, a eccezione di qualche rappresentante locale.

Quindi non ci saranno cambiamenti sostanziali nella socialdemocrazia tedesca, grazie ai mutamenti nel Labour?

No.

Dopo le elezioni di settembre, si parla di una crisi interna alla Die Linke. Quanto c’è di vero?

Poco. Quel che sta avvenendo è una mutazione dell’elettorato della sinistra: attira giovani con alti livelli di educazione, non le vittime del sistema economico. Vale sia per Die Linke che per Sanders o Corbyn. Ciò crea scombussolamento.

Gramsci si rivolterebbe nella tomba…

Le classi subalterne vogliono vedere un cambiamento. Ma da anni la sinistra non supera la soglia del 10%. Di conseguenza quell’elettorato opta per un voto “scandaloso” come quello dell’Afd (Alternativa per la Germania, tdr.): almeno si lancia un segnale al sistema.

 

CC Flickr: Fraktion DIE LINKE. im Bundestag

In un’intervista, lei ha affermato che le élite sono le principali colpevoli della crisi. Lei è un populista?

No. Ma il populismo illumina problemi reali. C’è chi pensa che le persone comuni si facciano abbindolare dai populisti.

E non è così?

Le persone riescono a valutare le proprie condizioni di vita meglio di chiunque altro. E le variazioni di queste ultime rappresentano il parametro di riferimento per giudicare le trasformazioni economiche e sociali.

Perché le élite sarebbero i principali responsabili della crisi?

Lo sono perché, a qualsiasi livello – politico, economico, amministrativo, giudiziario e mediatico – hanno fatto in modo che le condizioni di vita della maggioranza della popolazione siano rimaste invariate o peggiorate.

Insisto. Lei sta dando a qualche migliaio di persone la responsabilità per le le condizioni di vita di milioni di cittadini. Come può affermare una cosa del genere?

Perché stiamo parlando di persone che, per definizione, hanno la capacità di “influire in maniera significativa” sui mutamenti economici e sociali.

Faccia degli esempi concreti.

L’esempio per eccellenza rimane la politica fiscale. Oggi si parla continuamente di pareggio di bilancio. Ma esistono due opzioni per arrivarci: spendere meno e tagliare servizi di welfare, oppure usare la leva fiscale per recuperare risorse dove sono accumulate, ovvero tra le grandi aziende e i ceti benestanti.

E quindi?

La seconda strada non viene mai percorsa. E sono circoli ristretti, le élite appunto, che hanno l’ultima parola a riguardo.

Non è vero, le decisioni politiche sono il risultato di un processo.

Ciò non toglie che la decisione finale venga presa da poche persone.

Esistono sempre i corpi intermedi che possono opporsi.

Peccato che l’indebolimento dei sindacati sia stato, in molti casi, un obiettivo della stessa élite.

Oggigiorno, in risposta al neoliberismo globale, in Europa si discute sempre di più del ritorno a una sorta di patriottismo economico. Crede che sia la soluzione giusta?

No. Alcune questioni devono essere gestite a livello continentale. È necessario rimanere in un quadro istituzionale europeo. Ma è vero che il livello nazionale rimane il livello politico rilevante per valutare gli effetti sociali delle politiche.

Per alcuni però il problema è Bruxelles.

Ancora oggi, rispetto a quanto non si ammetta pubblicamente, il livello nazionale detiene una grande autonomia. Di nuovo, la politica fiscale rimane uno strumento nazionale. Con questa si può contrastare la fuga di capitali o, per esempio, mettere in atto politiche redistributive.

Sta dicendo che Maastricht non conta nulla?

Si possono fare politiche redistributive significative all’interno del 3%. In secondo luogo, il tetto di Maastricht si può sforare. Lo ha dimostrato proprio Schroeder.

L’Italia dovrebbe fare lo stesso?

Sì, Roma è importante per l’Ue. Nessuno rischierebbe di farla uscire. All’Italia verrà concesso molto. Del resto con i francesi è stato fatto lo stesso. Inoltre non credo che la maggioranza degli italiani sia a favore dell’uscita dall’Unione o dall’Euro.

Ma non crede che un “Ital-exit” rappresenterebbe una via più rapida per risolvere la crisi?

No, non ce n’è bisogno. I primi quattro Paesi dell’Ue – Italia, Francia, Germania e Spagna – implementino politiche progressiste a livello nazionale, coordinandosi.

Peccato che una parte della popolazione italiana pensi che Berlino operi soltanto nell’interesse nazionale tedesco. In altri termini, non ci sarebbe sufficiente volontà politica per un cambiamento. In virtù di questo immobilismo, anche a sinistra, si comincia a parlare di uscita dall’Euro.

L’uscita dall’area valutaria non risolve i problemi, tanto meno la dipendenza dalla Germania. Quando Mitterrand, durante il suo primo governo, cercò di fare delle politiche economiche nell’interesse francese non c’era l’Euro, ma, di fatto, esisteva un punto di riferimento: il Marco tedesco, una valuta economicamente e politicamente forte e vincolante quanto l’Euro.

Però si poteva svalutare a piacimento.

Sì, ma la Banca centrale tedesca rimaneva comunque il punto di riferimento. L’Euro è stato introdotto su impulso francese per “legare le mani” alla Bundesbank, non viceversa. Si può discutere quanto abbia funzionato, ma il ritorno alle valute nazionali è un’illusione, perché non determina una riduzione del potere economico tedesco.

E di quello politico?

Il fallimento delle negoziazioni tra Cdu, Fdp e Verdi in Germania dimostra che il potere politico tedesco scricchiola. Se Angela Merkel non riesce a imporsi in casa, avrà difficoltà anche a livello europeo. Vuol dire che ci saranno delle opportunità. Inoltre, l’élite politica tedesca reagirà ai mutamenti guidati da Corbyn nel Regno Unito e Macron in Francia.

In che modo?

Difficile da dire. Il problema è che Corbyn e Macron vanno in direzioni diametralmente opposte.

(ilSalto, 29.12.2017).

Photo CC Flickr: Andy Miah

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