Editoriali e opinioni

L’Ue è in pieno stallo. Più che alle riforme istituzionali, si pensa alle poltrone

L’Ue è in pieno stallo. Più che alle riforme istituzionali, si pensa alle poltrone

Nel corso della due giorni di summit europeo della settimana scorsa, Paolo Gentiloni ha rilasciato la sua prima intervista televisiva da ex primo ministro, ai microfoni di Otto e Mezzo (La7). Incalzato sulla questione migratoria, e sull’operato del primo ministro Giuseppe Conte a Bruxelles, Gentiloni ha insistito, a più riprese, che, oggigiorno, nell’Ue, la questione centrale rimane quella del governo “economico”.

L’osservazione di Gentiloni è condivisibile. Peccato, però, che dal meeting sia uscito un nulla di fatto. Gli analisti hanno ribadito che, rispetto ai temi sollevati da alcuni governi dell’Ue nel corso degli ultimi anni – budget per investimenti, assicurazione di disoccupazione europea, riforma del Meccanismo europeo di stabilità (Mes) e Unione bancaria – si sono fatti pochi passi in avanti.

Un Consiglio deludente

Le conclusioni del Consiglio auspicano che, entro la fine del 2018, le istituzioni con funzione co-legislativa, adottino il pacchetto sulla riforma del settore bancario, in linea con la roadmap decisa nel 2016.

Si invita inoltre a iniziare il “lavoro politico” in merito a questo capitolo dell’integrazione, sottolineando, in particolare, la necessità di raggiungere un accordo sull’Edis (lo schema di assicurazione comune per i depositi bancari).

La portata del documento è nell’ordine dei “vorrei” e, quindi, lontana dalle attese alimentate a più riprese da alcuni leader europei, in primisMacron, e in occasione degli incontri precedenti (summit di Primavera).

Lo sfasamento fra l’asse franco-tedesco e l’Ue a 27

Le conclusioni, poi, non sono in linea con la bozza di accordo firmata dalla cancelliera tedesca e dal presidente francese a Meseberg, il 19 giugno scorso. In occasione di quest’ultimo incontro bilaterale, Merkel e Macron avevano trovato un’intesa volta a rilanciare alcuni progetti di integrazione come quello di un “budget comune per gli investimenti” (nonostante ciò, una maggioranza di analisti ha criticato l’accordo di Meseberg perché non all’altezza delle sfide a cui va incontro l’Europa).

Tolto il tema migratorio, lo sfasamento fra gli “accordi franco-tedeschi” e ciò che, regolarmente, esce dai “tavoli europei a 27” in materia istituzionale ed economica è il segno più evidente di un’Unione sempre meno coesa. E così la definizione dell’assetto dell’Unione del futuro sta slittando di semestre in semestre.

In questo intreccio di meeting e posticipazioni di decisioni e roadmap strategiche, esiste però una data ultima che era stata fissata, in tempi non sospetti, dalla Commissione europea. Si tratta del 9 maggio del 2019, giornata in cui, a Sibiu, in Romania i leader dei Paesi Ue sarebbero (teoricamente) chiamati a mettere un punto finale alle riflessioni sull’assetto istituzionale e di governo economico dell’Europa.

La variabile rinnovo del Parlamento europeo

Ad oggi, visti i precedenti, non si può che guardare con scetticismo alla capacità dei governi di arrivare a un compromesso solido in merito ai molti cantieri aperti. Ma c’è di più.

La data del 9 maggio cade nel mezzo della campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento europeo. C’è da scommettere che il periodo sarà politicamente “caldo”. Per certi versi, si rischia quindi di creare un cortocircuito istituzionale rilevante: i leader nazionali dovranno trovare un accordo istituzionale sul futuro dell’Europa due settimane prima che i cittadini europei stessi votino per il rinnovo del Parlamento, sulla base di visioni sull’Europa, a rigor di logica, in competizione fra di loro.

Allo stesso tempo, è vero che, alla luce dei Trattati europei, sono i governi nazionali a dare l’indirizzo strategico all’Unione. Questi ultimi rappresentano allo stesso modo diverse sovranità popolari. Ma arrivare a ridosso della competizione rischia di esasperare il nodo democratico interno alle dinamiche Ue: sul futuro dell’Ue decidono i capi di governo o i cittadini stessi?

L’integrazione a poltrone

Al netto di tutto ciò, è importante sottolineare come, all’ombra dei meeting e delle elezioni esista poi un binario parallelo di evoluzione delle istituzioni e, conseguentemente, del processo di integrazione. Ed è quello legato alle nomine dei funzionari di alto rango in seno alle autorità indipendenti dell’Ue.

Il caso più emblematico è rappresentato dalla scelta del prossimo presidente della Banca centrale europea, visto che l’Unione si basa ancora e fondamentalmente sulla tenuta dell’Euro. Per molti esperti, di fatto, è la Bce a fare il bello e brutto tempo in Europa (basti pensare al famoso “whatever it takes” che “salvò” la moneta unica nel 2012).

Ma esistono anche altre posizioni impostanti che dovranno essere delineate nei prossimi mesi. Una di queste è quella legata alla posizione di guida della Vigilanza della Banca centrale europea, attualmente occupata da Daniele Nouy – si tratta della figura istituzionale che coordina il monitoraggio di 120 banche europee.

Secondo Handelsblatt, l’Italia starebbe cercando in tutti i modi di occupare la posizione per assicurarsi che le riforme in materia bancaria (le uniche che procedono in qualche modo) non vadano contro i propri interessi nazionali. Del resto, anche Berlino e Parigi non stanno a guardare: Merkel punterebbe a un alleato solido alla testa della Commissione (nel caso dovesse saltare Weidmann alla Bce), mentre Macron vorrebbe un francese proprio a Francoforte.

In questo periodo di stallo a livello diplomatico, in cui si susseguono incontri su incontri senza risultati, varrebbe la pena riflettere su come, nonostante tutto, gli interessi nazionali si articolino in funzione delle poltrone istituzionali e plasmano il futuro dell’Europa.

(ilSalto, 06.07.2018)

Advertisements
Standard
Analisi e report

L’asse franco-tedesco e il compromesso al ribasso. L’altra Europa? Una chimera

Nelle ultime settimane, sulle pagine de ilSalto, abbiamo cercato di seguire costantemente lo sviluppo delle negoziazione sul futuro dell’Ue e dell’Eurozona, di fatto avviate nel 2017, in seguito all’elezione di Emmanuel Macron a Presidente della Repubblica francese.

In quest’ottica, in questi primi mesi del 2018, gli eventi chiave sono stati:

  • La pubblicazione di un documento accademico sottoscritto da 14 tra i più influenti economisti franco-tedeschi che delinea un progetto di riforme per rafforzare l’Eurozona (qui una discussione dei contenuti sulle pagine del think tank Bruegel);
  • Le elezioni in Austria, Italia e Ungheria che hanno visto l’affermazione di forze conservatrici, se non euroscettiche;
  • Il comunicato dei Paesi dell’area Nord-Baltica in cui si sono criticate le proposte di riforma del Presidente francese, Emmanuel Macron, sia nel metodo che nel merito;
  • Il Consiglio europeo di Primavera (marzo 2018) che ha indicato giugno 2018 come data potenziale per un accordo di massima su quale debba essere la tabella di marcia per la realizzazione consensuale di un piano di riforme.

A parte aver indicato il mese di giugno come data chiave per l’avanzamento del processo di integrazione, il Consiglio europeo di Primavera si è concluso anche con la chiara presa d’atto di una sostanziale differenza di vedute tra i Paesi Ue sui contenuti al centro della trasformazione dell’Unione economica e monetaria, da un lato, e della governance dell’Eurozona, dall’altro.

Anche per questo, qualche settimana fa abbiamo definito “cacofonia” il dibattito sul futuro dell’Ue: sono semplicemente tante – e reciprocamente conflittuali – le posizioni e visioni in campo.

È bene ribadire che lo “scontro” si snoda tutto intorno alle proposte del Presidente francese che sono state, in parte, componenti fondamentali della campagna elettorale francese del 2017. In buona sostanza, le riforme di Macron includerebbero: la trasformazione del Meccanismo europeo di stabilità (Mes) in un Fondo monetario europeo vincolato al diritto comunitario e che agisca da fondo di garanzia in situazioni di crisi; l’istituzione di un ministro delle Finanze dell’Eurozona; la creazione di un budget per gli investimenti e, più in generale, per la stabilizzazione dell’Eurozona che funga da strumento anticiclico; il completamento dell’Unione bancaria.

Tre nuovi tasselli

Dopo il Consiglio europeo di marzo, questa settimana si sono aggiunti tre tasselli importanti che possono aiutare a continuare l’analisi e cercare di capire dove si andrà a parare. In sequenza:

  • il Presidente Emmanuel Macron, ha parlato al Parlamento europeo rilanciando (in maniera parziale) il proprio piano di riforme dell’Ue;
  • in Germania, Merkel ha cercato di determinare un posizionamento del Governo tedesco (e del suo partito, la Cdu) sul tema “Europa”;
  • Macron e Merkel si sono incontrati a Berlino.

Sebbene la stampa abbia dato ampio spazio al primo evento, sono sicuramente il secondo e il terzo a essere fondamentali per capire lo stato dell’arte e il prosieguo del processo di riforme.

L’azione di Merkel al Bundestag

Dopo una serie di critiche ai piani di Macron da parte del governo tedesco (in particolare, da parte del ministro delle Finanze socialdemocratico, Olaf Scholz), della Csu (l’alleato bavarese di Merkel) e della Cdu stessa, martedi – proprio mentre Macron parlava agli eurodeputati a Strasburgo –  Merkel ha diretto un incontro a porte chiuse, tra i deputati della Cdu e della Csu presso il Bundestag. L’obiettivo? Fare chiarezza tra alleati ed evitare di mandare segnali sbagliati a Parigi. Quali sono stati i contenuti della discussione?

Secondo alcune indiscrezioni riportate da HandelsblattMerkel avrebbe proposto di allargare l’Eurogruppo (oggi composto dai ministri delle Finanze dell’Eurozona) ai rispettivi ministri dell’Economia. Nei piani della Cancelliera, si tratterebbe di creare una sorta di Eurogruppo allargato (la stampa tedesca ha già coniato il termine “Jumbo-Rat” per descrivere la nuova conformazione), il quale dovrebbe garantire un migliore coordinamento delle politiche economiche tra Paesi.

Su Die Welt, Robin Alexander ha inoltre spiegato che Merkel avrebbe confermato l’impostazione à la Schaeuble (ex ministro delle Finanze tedesco) per quanto riguarda la riforma del Mes. Il Meccanismo di stabilità dovrebbe, di conseguenza, rimanere uno strumento che segue una logica intergovernamentale e, quindi, non essere legato al diritto comunitario; tantomeno, finire sotto il controllo della Commissione europea – si tratta di una deviazione importante rispetto ai piani di Macron. Un piccolo passo in avanti (da un punto di vista “francese”) si può riscontrare nel fatto che, agli occhi di Merkel, qualsiasi decisione presa dal Mes su eventuali salvataggi finanziari futuri dovrebbe passare “soltanto” per un voto “non vincolante” dei parlamenti nazionali (in questo caso, del Bundestag). Per intenderci, oggigiorno questo voto rappresenta una vera e propria ghigliottina: molte tranche di finanziamento in favore di Atene sarebbero saltate se il Parlamento tedesco (ma non esclusivamente quest’ultimo) non avesse dato il suo assenso.

Infine, proprio la Cancelliera avrebbe ribadito ai suoi colleghi di partito che non sarà possibile portare avanti le riforme senza una modifica dei trattati europei – si tratta di un cambio di linea politica importante, se si considera le precedenti posizioni di Berlino (lo stesso quadro è confermato in un articolo di Der Spiegel).

In soldoni, Merkel ha delineato un compromesso al ribasso (sempre rispetto alle proposte di Macron) con l’intento di tenere insieme: le aspirazioni della Spd, le critiche dei conservatori e il nocciolo delle riforme dello stesso Presidente francese. Allo stesso tempo, la sfida della Cancelliera è quella di creare un progetto di trasformazione che possa ottenere l’appoggio dell’area Nord-Baltico che si era espressa criticamente qualche settimana fa (vedi sopra, il  comunicato menzionato all’inizio dell’articolo).

In realtà, già mercoledì, proprio la Spd avrebbe parzialmente bocciato il piano di Merkel, soprattutto per quel che riguarda il “Jumbo-Rat. Del resto non è difficile capire il perché. Dopo tanti sforzi per piazzare un proprio rappresentante al ministero delle Finanze dopo l’era Schaeuble, la SPD correrebbe il rischio di veder rientrare la politica europea della Cdu dalla finestra, qualora l’Eurogruppo si dovesse trasformare in un organo allargato anche ai ministri dell’economia.

Ma quanto è realistico che questo compromesso al ribasso si trasformi nei contenuti al centro  della “tabella di marcia” a cui ha fatto riferimento Macron martedì a Strasburgo e menzionata durante il Consiglio europeo di marzo? Molto, se si considera quello che si sono detti il Presidente francese e la Cancelliera ieri a Berlino.

L’incontro Merkel – Macron a Berlino

Nella conferenza stampa di giovedì che ha fatto seguito sia alla visita all’Europarlamento di Macron che alla discussione al Bundestag guidata da Merkel, i leader di Francia e Germania hanno affermato di «aver iniziato uno scambio di vedute» in funzione del Consiglio europeo di giugno. Merkel ha anche ribadito che il 19 giugno le due squadre di governo si incontreranno per discussioni più approfondite.

Non si è trattato di una riedizione dello storico “siamo d’accordo di non essere d’accordo” (“We agree to disagree”) che caratterizzò il primo incontro tra Varoufakis e Schaeuble nel 2015, ma poco ci manca.  Merkel ha voluto sottolineare che al centro del dibattito delle prossime settimane non ci saranno soltanto le questioni istituzionali-economiche, ma anche il rinnovamento della politica di accoglienza dei rifugiati (diritto di asilo) e la politica estera dell’Unione.

Incalzati da Reuters sul punto delle riforme istituzionali, Merkel ha detto: «Siamo d’accordo che l’Eurozona non è salda di fronte a nuove crisi […] ma esistono sia proposte francesi che tedesche». In questo contesto, la Cancelliera ha addirittura menzionato Schaeuble parlando dell’evoluzione del rapporto con il Fmi (Fondo monetario internazionale), prima di ribadire, ancora una volta, che “responsabilizzazione e condivisione dei rischi devono andare di pari passo”. I punti su cui si è detta ottimista? La finalizzazione dell’Unione bancaria e dell’Edis. Merkel ha detto che dobbiamo chiederci perché “le riforme in Spagna, Irlanda e Portogallo abbiano funzionato”.

Macron ha parlato della necessità di condividere «un obiettivo politico comune». Si tratta sì di migliorare la combinazione di “responsabilità e solidarietà”. In questo senso, Macron ha detto che nessuna “unione monetaria può funzionare senza strumenti di convergenza” tra Stati membri, prima di specificare che sono gli elementi di solidarietà a «non funzionare bene» nel Continente.

Rimane quindi il fatto che l’incontro di Berlino non ha minimamente sciolto di nodi concettuali sullo sviluppo dell’Uem e dell’Eurozona. In un certo senso, la Cancelliera e il Presidente si sono nascosti dietro ai temi che uniscono: il rapporto con gli Stati Uniti, la politica estera, il ruolo dell’Ue nel mondo, ecc..

L’altra Europa?

Alla luce della pallida apparizione berlinese di Merkel, è probabile che il piano di Macron subirà aggiustamenti verso gli interessi della Germania e dei Paesi del Nord Europa.

A pesare, oltre alle dinamiche interne ai Paesi (soprattutto in Germania, dove la Csu è sempre più in competizione con l’AfD e i liberali dell’Fdp) c’è l’assenza pressoché totale di governi progressisti nel resto dell’Unione: il Portogallo e la Grecia non sono voci influenti in questa discussione a 27. E nei prossimi 12 mesi non cambierà un granché.

È quindi inevitabile che dalle negoziazioni uscirà un’Europa sì modificata – in fondo, sia Macron che la Spd devono portare a casa qualcosa nei prossimi mesi -, ma in maniera poco tangibile rispetto a chi sogna un’Unione politica con capacità fiscali forti. L’altra Europa, nel breve e medio periodo, rimane una chimera.

(ilSalto, 20.04.2018)

Photo CC Flickr: Annika Haas (EU2017EE) – EU2017EE Estonian Presidency

Standard
Analisi e report

Europa sempre più unita? Tanti annunci, pochi fatti

Gli eventi geopolitici delle ultime settimane sembrerebbero aver relegato in secondo piano la politica dell’integrazione europea. Probabilmente è anche per questo motivo che, martedì, il Presidente francese, Emmanuel Macron, ha preso la parola di fronte al Parlamento europeo di Strasburgo per rilanciare la sfida di una trasformazione dell’Ue. Il presidente francese ha affermato che in un “contesto illiberale” e di fronte alle “crisi geopolitiche, l’Europa” deve assumersi grandi “responsabilità”. Conseguentemente, con riferimento al futuro dell’Unione, Macron ha detto che la discussione non può svolgersi come se fosse “ordinaria”.

In linea generale, la parola chiave del discorso di Macron è sicuramente stata quella di “sovranità” che, secondo il Presidente, va “reinventata” a livello europeo “per dimostrare ai cittadini” una capacità di “protezione” da parte delle istituzioni comunitarie. Allo stesso tempo, “la democrazia rimane la migliore chance” dell’Europa. In altri termini, “sarebbe un errore abbandonare un’identità comune”, quella incarnata dalla “democrazia liberale”. Il nazionalismo? Un’ “illusione”. Ma la “rabbia dei popoli europei” va ascoltata e “non ha bisogno di pedagogia, bensì di azioni efficaci nel quotidiano”. Concretamente, “entro la Primavera 2019”, c’è bisogno di “risultati tangibili”. Gli obiettivi fondamentali? Un programma europeo che sostenga le municipalità che accolgono rifugiati; la tassazione dei giganti del web; la riforma dell’Unione economica e monetaria (Uem) e, prima della fine della legislatura, una roadmap per l’Unione bancaria e la definizione di un budget finalizzato a stabilizzare l’Eurozona”.

Il discorso di Macron è stato un intervento “politico”, non tecnico. E la discussione con i deputati europei che ha fatto seguito è stata incentrata sui temi dell’immigrazione, della politica internazionale ed energetica (intervento in Siria, dipendenza dalla Russia), della Brexit, della partecipazione dei cittadini alla vita istituzionale dell’Ue e, genericamente, del dumping sociale. È facile notare invece che si sia parlato pochissimo delle riforme istituzionali dell’Eurozona e dell’Unione economica e monetaria (a parte, i pochissimi cenni di Macron riportati sopra). Peccato però che sia proprio questo capitolo a determinare la capacità dell’Ue di influenzare la vita quotidiana dei cittadini nei singoli Paesi e a interessare, tra i tanti interlocutori, la classe dirigente italiana.

La verità è che, al netto dell’intervento di oggi e alla luce del voto italiano, l’iniziativa “macroniana” ha perso slancio

Cosa si può dire a tal proposito allora? Come procede il piano di Macron? È utile ricordare, in sintesi, gli elementi fondamentali del piano francese: completamento dell’Unione bancaria, creazione di un budget fiscale per l’Eurozona, istituzione di un ministro dell’Economia europeo e trasformazione del Meccanismo di stabilità europeo (Mes) in un fondo monetario europeo ancorato al diritto comunitario. Il partner fondamentale per realizzare questa trasformazione dovrebbe essere, agli occhi di Parigi, la Germania di Angela Merkel.

La verità è che, al netto dell’intervento di oggi e alla luce del voto italiano, l’iniziativa “macroniana” ha perso slancio. A confermarlo ci sono numerosi articoli della stampa tedesca e internazionale pubblicati negli ultimi giorni. Su Euractiv, Andrew Rettman scrive che la Germania si sta mostrando sempre più recalcitrante all’idea di “condividere la propria ricchezza” con gli altri Stati europei. Inoltre, vengono riportate le parole del Presidente della Bundesbank, Jens Weidmann e del vice-Capogruppo al Bundestag della CDU/CSU di Angela Merkel, Ralph Brinkhaus. Se il primo avrebbe ribadito la (nota) opposizione a qualsivoglia “destinazione eurobond”, il secondo avrebbe addirittura frenato sia sul fronte della creazione dell’EDIS (si tratta dello “Schema europeo di assicurazione dei depositi bancari” – un elemento fondamentale per completare il progetto dell’Unione bancaria), che della trasformazione del Mes in un fondo monetario europeo.

Ma oltre il fronte conservatore, anche il ministro delle Finanze, Olaf Scholz (SPD), ha recentemente commentato lo scenario ai microfoni della Frankfurter Allgemeine Zeitung: “Non tutti i piani del Presidente francese sono realizzabili” (qui, alcuni estratti in inglese). Allo stesso tempo, va detto che, proprio dalle file della SPD, è arrivato l’invito a Merkel di prendere posizione (Der Spiegel) sul tema. Un intervento della Cancelliera sarebbe sicuramente necessario al fine di, da un lato, abbassare il volume delle voci scettiche interne al suo partito, e, dall’altro, ribadire la posizione della coalizione (appoggio in linea di massima alle riforme di Macron). Sulla stessa lunghezza d’onda si colloca il partito ecologista tedesco. Ci sono poi le associazioni di categoria degli industriali che hanno chiesto al Governo di “plasmare” in maniera rilevante il processo di riforme.

Nel suo discorso, Macron ha affermato che “il prossimo budget europeo deve incarnare una scelta politica” sul futuro dell’Unione. È sicuramente più facile a dirsi, che a farsi

Ma dipende veramente tutto da Berlino? No. E, a tal proposito, va aggiunto che le posizioni tedesche non sono, ormai, le più intransigenti nel contesto europeo. In un comunicatocongiunto di qualche settimana fa, il blocco di Paesi membri del nord Europa e dell’area Baltica hanno ribadito la loro contrarietà, sia nel merito che nel metodo, al processo di riforme abbozzato da Macron e condiviso – per ora soltanto a parole e a fasi alterne – da Angela Merkel. Capitolo a parte merita poi il blocco Austria-Viségrad, sempre più lontano dal cuore dell’Ue da un punto di vista dei “valori” e delle pratiche di governo (e, forse, anche economicamente, come dimostra il ruolo sempre più rilevante della Cina nell’area – si veda Politico).

Durante l’ultimo Consiglio europeo di marzo, era stato affermato che il mese di giugno 2018 sarebbe stato il momento più adatto per trovare una quadra tra le varie posizioni in campo: Europa del Nord – Germania – Francia – Europa dell’Est e Paesi del Sud. Ma alla luce di quanto esposto e considerando anche le parole di Macron – il quale ha affermato che l’orizzonte utile per la roadmap è la fine dell’attuale “legislatura parlamentare europea” – si tratta di uno scenario irrealistico. Ci vorrebbe, in alternativa, un colpo di genio diplomatico, o, più semplicemente, un accordo di “minimo comun denominatore”, il quale però, a sua volta, annienterebbe lo spirito delle riforme (e dell’elezione) di Macron. 

Nel frattempo, oltre al capitolo “riforme” c’è poi da portare avanti la negoziazione sul Quadro di finanziamento pluriennale (Qfp) che determinerà l’allocazione e le coperture del budget dell’Ue dal 2020 al 2027. In questo contesto, i Paesi membri sembrerebbero – ancora una volta – divergere: chi si assumerà la responsabilità di coprire il buco lasciato dal Regno Unito? Quali saranno le politiche poste al centro dei prossimi 7 anni di governo comunitario? Nel suo discorso, Macron ha affermato che “il prossimo budget europeo deve incarnare una scelta politica” sul futuro dell’Unione. È sicuramente più facile a dirsi, che a farsi. 

Soltanto un anno fa, la Commissione europea pubblicava il Libro bianco sul futuro dell’Europa delineando 5 scenari per il destino dell’Unione e chiedendo agli Stati membri di prendere una direzione chiara a favore, o contro, un approfondimento del processo di integrazione. Da allora, si sono susseguite soltanto innumerevoli elezioni (Francia, Germania, Austria, Repubblica Ceca, Ungheria) e molti proclami. Sono state pochissime invece le decisioni di rilievo (un discorso a parte andrebbe fatto per l’Unione di difesa). Tra un anno si voterà per rinnovare il Parlamento europeo, ma il senso di questa Unione (a parte favorire il consolidamento del Mercato Unico) sembra sempre più avvolto dalla nebbia. Nonostante gli sforzi di Macron.

 

(Linkiesta, 19.04.2018)

Photo CC Flickr: Jeso Carneiro

Standard
Analisi e report

La partita (tutta in salita) di Macron in Europa

Oggi, a Bruxelles, nel quadro del cosiddetto Consiglio europeo di Primavera (“Spring European Council”), i primi ministri dell’Eurozona discuteranno nuovamente le prospettive di un approfondimento dell’Unione economica e monetaria (Uem).

Nel documento introduttivo al dibattito pubblicato dalle istituzioni comunitarie, si specifica che l’incontro potrebbe servire a scambiare opinioni riguardo a due macro-tematiche:

  • Sviluppo di una capacità fiscale europea. L’Eurozona dovrebbe dotarsi di una capacità di azione fiscale comune, come, per esempio, strumenti di stabilizzazione macroeconomica, di supporto agli investimenti e all’occupazione, alla promozione di riforme strutturali? Tale capacità dovrebbe essere parte integrante del budget attuale dell’Ue, o dovrebbe essere coperta da un bilancio apposito?
  • Promozione di politiche virtuose. A livello europeo, dovrebbe essere fatto di più per realizzare riforme strutturali indirizzate allo sviluppo di una maggiore competitività, della crescita, della convergenza e alla riduzione dei disequilibri commerciali? Dovrebbe essere fatto di più per garantire una maggiore responsabilità fiscale da parte degli Stati nazionali? E quali strumenti dovrebbero essere utilizzati eventualmente?

Come si evince da questa formulazione, non esiste ancora un consenso riguardo al processo di riforma dell’Uem. Anzi, è lo stesso testo a mettere nero su bianco lo stallo: “Molte delle tematiche all’ordine del giorno sono state trattate innumerevoli volte dai ministri dei Paesi coinvolti”, ma, per ora, “è stato trovato soltanto un livello minimo di consenso”. È per questo che – recita ancora il documento – serve una discussione tra i massimi rappresentanti di governo. Allo stesso tempo, si specifica però che la giornata si concluderà senza un documento ufficiale.

Del resto, già venerdì scorso, Macron e Merkel si erano accordati soprattutto su una metodologia di lavoro. Una road-map che delineerà concretamente le tappe del processo di riforme non sarà presentata prima del Consiglio europeo di giugno.

Cosa aspettarsi quindi dal meeting in corso? Probabilmente dichiarazioni incentrate sullo stato di avanzamento dell’Unione bancaria, unico punto non (troppo) controverso, e considerazioni generali sulla necessità di implementare riforme strutturali a favore della crescita. Gli altri cantieri (riforma del Meccanismo di stabilità europeo, sviluppo di un budget per gli investimenti e istituzione di un ministro europeo dell’Economia) resteranno avvolti dalla nebbia.

Grazie a un paio di analisi pubblicate questa settimana da media europei, nonché a partire da alcune dichiarazioni politiche rilevanti, si può tuttavia cercare di capire quali siano gli scenari di riforma più realistici per l’Uem.

Secondo l’esperta di politica francese, Claire Demesmay (Gesellschaft fur Auswertige Politik), citata da Die Zeit, l’incertezza del posizionamento tedesco (causato dall’assenza di un governo durante gli ultimi 6 mesi, ma, più in generale, da una politica tedesca tipicamente “merkelliana” caratterizzata dallo scarso decisionismo) ha incentivato altri Paesi a farsi avanti in relazione agli scenari di riforma dell’Uem. Così, in risposta alle velleità del Presidente francese, molti esecutivi avrebbero preso una posizione decisamente conservatrice (si veda a proposito l’articolo pubblicato su ilSalto settimana scorsa).

Quali sarebbero le conseguenze? La Germania potrebbe tranquillamente “nascondersi dietro allo scetticismo di altri Membri dell’Unione” – sottolinea ancora Demesmay – e far cadere nel vuoto le proposte di Macron senza, allo stesso tempo, compromettere l’asse Berlino-Parigi. La principale “vittima” di questo processo – è evidente – sarebbe proprio il Presidente francese. In questo senso, Ulrike Guérot (Donau Universitat Krems) parla di una “negligenza” tedesca in materia di “riforme dell’Eurozona”.

È da notare che nelle ore precedenti al Consiglio europeo, Macron si è incontrato con il primo ministro olandese conservatore, Mark Rutte, uno dei principali governi a ostacolare un cambiamento in senso progressista dell’Uem. Sebbene entrambi siano dei liberisti, il primo è in cerca di un’Europa più federale, il secondo no. L’incontro si è concluso con una dichiarazione di intesa su tutti i fronti, tranne che su quello economico-fiscale, appunto. Lo scambio Macron-Rutte dimostra quanto quella che sembrava essere soltanto una partita franco-tedesca sia in realtà una trattativa multi-polare. E, soprattutto, sempre più in salita per la Francia. A maggior ragione, in assenza di alleati stabili come poteva esserlo un governo italiano a guida Pd.

A queste riflessioni di massima, va aggiunto che sono poi comparse le prime voci francesi dai “tratti teutonici”. A detta di Politicola Vice-Presidente della Banca centrale francese, Sylvie Goulard, ha reso noto che bisogna essere “modesti” e che l’istituzione di un ministro dell’Economia europeo e di un budget per gli investimenti nell’Eurozona non contano. Meglio procedere con riforme realistiche. Le parole di Goulard, già eurodeputata, nonché (per brevissimo tempo) ministra della Difesa, non vanno sottovalutate. Si tratta, a tutti gli effetti, della prima uscita pubblica proveniente dal campo-Macron che infrange l’immagine di Parigi quale propulsore di un cambiamento radicale del funzionamento dell’Eurozona.

D’altra parte, il ministro dell’Economia francese, Bruno Le Maire, ha detto che Francia e Germania condividono fondamentalmente una visione simile per il futuro dell’Uem. E lo ha affermato in seguito a un incontro con Olaf Scholz – il ministro delle finanze tedesco, succeduto a Schaeuble – avvenuto nei giorni scorsi. Quello che resta da capire è se questa visione “comune” non si tradurrà, fondamentalmente, in un appiattimento della Francia sulle posizioni tedesche.

(ilSalto, 23.03.2018)

Standard
Analisi e report, Editoriali e opinioni

Il futuro dell’Ue? Una cacofonia

I ministri delle finanze di otto nazioni del Nord Europa e dell’area Baltica hanno smorzato l’entusiasmo franco-tedesco per un eventuale processo di riforma europeo volto a modificare i connotati dell’Unione economica e monetaria (Uem).

Lunedì 6 marzo, tramite un comunicato stampa congiunto, Danimarca, Estonia, Finlandia, Irlanda, Lettonia, Lituania, Olanda e Sveziahanno scritto che qualsivoglia modifica dell’attuale assetto dovrebbe concentrarsi sul “completamento dell’Unione bancaria e sulle riforme strutturali e le politiche fiscali nei singoli Paesi”, in linea “con le regole comunitarie”. Tradotto: lasciamo perdere, almeno per il momento, progetti quali l’istituzione di un ministro delle Finanze europeo e lo sviluppo di un budget dell’Eurozona per gli investimenti, entrambi abbozzati dal Presidente francese, Emmanuel Macron, e condivisi parzialmente dalla neonata coalizione GroKo in Germania.

I Paesi di questo gruppo misto Nord-Baltico elencano numerosi punti fermi per il futuro del processo di integrazione.

Più a destra di Merkel

Iniziando dalle questioni di metodo, nel comunicato viene ribadito che qualsiasi piano di riforme relativo all’Uem deve essere “inclusivo”. Anche i Paesi che non fanno parte dell’Eurozona dovrebbero poter partecipare, su base volontaria, alle discussioni sul futuro del processo di integrazione. A prescindere dai temi specifici. Tra le righe, qui si legge, da un lato, una critica a Francia e Germania – i due Paesi hanno a più riprese ribadito che un rilancio del processo di integrazione dipende e passa dall’asse Berlino-Parigi -, dall’altro, una scarsa sintonia con il discorso dell’“integrazione a due velocità”.

Passando al merito delle potenziali riforme, gli 8 Paesi sottolineano che il Patto di stabilità e crescita (Psc) non si discute e che un’ Uem rinforzata passa dagli interventi strutturali a livello nazionale. In secondo luogo, qualsiasi processo di riforma dovrebbe incentrarsi su opzioni che godono di un supporto a livello di opinioni pubbliche nazionali. Letteralmente, la discussione dovrebbe incentrarsi sui “bisogni” (“need to have”, tdr.) e non sui “desideri” (“nice to have”, tdr.). Ovvero: “il completamento dell’Unione bancaria, la trasformazione del Meccanismo europeo di stabilità (Mes) in un Fondo monetario europeo” e il rafforzamento di un’ “agenda di libero scambio”.

Entrando nel dettaglio delle tre aree di riforma, per quanto riguarda l’Unione bancaria, gli elementi chiave (e prioritari) sarebbero quelli già delineati nella Roadmap to Complete the Banking Union del 2016: la definizione di margini di liquidità adeguati per garantire le procedure di bail-in, il completamento di politiche virtuose per gestire i cosiddetti non-performing loans e la minimizzazione degli aiuti di Stato. Che fine ha fatto lo schema di assicurazione europeo per i depositi (Edis)? I ragionamenti tecnici “dovrebbero essere portati avanti”, mentre le “discussioni politiche” possono partire soltanto a fronte di un progresso sul fronte della “riduzione del rischio”. Il tutto dovrebbe poi procedere di pari passo con il rafforzamento dell’Unione dei capitali. Punto numero due: Meccanismo europeo di stabilità. Il Mes dovrebbe godere di maggiore responsabilità per lo sviluppo e il monitoraggio dei programmi di assistenza finanziaria-fiscale di cui beneficiano Paesi in stato di crisi. Il processo decisionale interno all’istituto dovrebbe inoltre rimanere “intergovernativo” e basato sulle attuali regole di voto. Appare netta quindi l’opposizione all’idea di ancorare il Mes a un procedimento di supervisione (oltre che di democratizzazione e politicizzazione) parlamentare. In generale, tra le righe (e con un po’ di malizia), si può leggere la predilezione, da parte dei Paesi firmatari, per un ruolo sempre meno incisivo della Commissione europea a favore del Mes.

Infine, i ministri delle finanze sottolineano la necessità di sviluppare il prossimo Piano di finanziamento pluriennale europeo (Qfp), combinando meglio l’allocazione delle risorse all’implementazione di riforme strutturali. Queste ultime avrebbero dimostrato – nel corso e dopo la crisi –  la loro “efficacia”.

Cosa ci dice tutto ciò?

Il comunicato aggiunge nuovi elementi al dibattito sul processo di di riforme europeo che ha preso piede dopo le elezioni francesi dell’anno scorso. Peccato però che, a questo punto e metaforicamente parlando, la discussione somigli molto più a una “cacofonia” (per farsi un’idea della molteplicità e diversità delle posizioni in campo, ecco una carrellata di contenuti pubblicati negli ultimi giorni da varie testate internazionali: #1, #2, #3, #4, #5).

A livello di principio, Danimarca & co. sembrerebbero in linea con la visione della CDU tedesca. Ma quest’ultima ha aperto a un processo di riforma più ampio per andare incontro a Macron, nel contesto della neonata GroKo. Ne consegue, che la posizione qui delineata è lontana da quella di Parigi e, naturalmente, da quella del Sud Europa (soprattutto, Portogallo e Grecia). Inoltre, è da notare la presa di distanza olandese nei confronti della Germania.

Semplificando (di molto) il quadro politico continentale, si intravede, in funzione dei piani futuri di riforma, la costituzione di alcuni blocchi distinti di Paesi caratterizzati da interessi diversi:

  • Il blocco Nord-Baltico;
  • L’asse Berlino-Parigi che comprende anche Lussemburgo e Belgio;
  • Il gruppo del Sud: Portogallo, Grecia e Spagna;
  • Il blocco Visegrad: Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia;
  • Gli “aspiranti Schengen”, Bulgaria e Romania;

E tutti gli altri? Per il momento fluttuano tra questi gruppi in attesa di collocarsi. Considerando il voto di domenica, dall’Italia ci si potrebbe aspettare un riposizionamento da qualche parte, tra Visegrad e il gruppo del Sud. L’Austria, al contrario, si trova tra Visegrad e il blocco Nord-Baltico.

Ma a questo punto, la domanda cruciale diventa: per il futuro dell’Unione e dell’Eurozona, che tipo di compromesso potrà nascere da una tale frammentazione politica?

(ilSalto, 09.03.2018)

Standard
Editoriali e opinioni

Gli europeisti italiani sono degli illusi, la Germania vuole un’Europa diversa da quella che sognano

Da qualche settimana, uno spirito si aggira per l’Europa. Un certo euro-entusiasmo vorrebbe l’Unione alle porte di un processo di riforma in grado di allontanare l’Ue dalle politiche del rigore che hanno contraddistinto l’ultimo decennio.

Ne sono testimonianza, da un lato, la strumentalizzazione del tema “Europa” ai fini dell’approvazione, da parte della base della SPD, dell’accordo di larghe intese con la CDU: Martin Schulz, prima di dimettersi da Segretario del Partito, ha ribadito che le proposte di policy per l’UE contenute nel testo dell’accordo di governo GroKo sarebbero in linea con l’impulso riformatore di Emmanuel Macron. Dall’altro, c’è stata la dichiarazione congiunta da parte della Cancelliera tedesca, Angela Merkel e del Primo ministro italiano, Paolo Gentiloni (PD).A Berlino, i leader di Germania e Italia hanno affermato di “condividere la medesima visione per il futuro dell’Europa”.

Si potrebbe insomma credere che esista una sovrapposizione perfetta tra le visioni di riforma dell’Ueda parte dei partiti di governo di centro-destra e centro-sinistra di Francia, Germania e Italia. Ma è davvero così?

Si va verso un’unione sociale, oppure no?

Il quadro che emerge da un confronto tra il programma di governo della GroKo e quello elettorale del PD diverge dalla retorica governativa di Gentiloni e Merkel.

Tanto per iniziare, mentre CDU e SPD spingono per lo sviluppo di ciò che viene definito un “patto sociale” europeo, il Pd parla di “unione sociale”.

La formulazione tedesca prevede “accordi comunitari quadro” che garantiscano “equità per datori e lavoratori” e un migliore “coordinamento” tra le “politiche del mercato del lavoro” nazionali. In questo contesto, CDU e SPD invocano la definizione dei livelli minimi “di salario” e di garanzia dei “sistemi di welfare”, nonché, la necessità di sviluppare un sistema comunitario di aliquote minime per la tassazione dei profitti delle multinazionali e la conclusione dei negoziati in merito alla “tassa sulle transazioni finanziarie” (Tobin tax).

Si tratta sicuramente di obiettivi nobili, ma il punto è che non sono in linea con le ambizioni del PD. Il Partito di Gentiloni e Renzi esprime la necessità di costruire “un’assicurazione europea contro la disoccupazione”. La proposta italiana supera l’idea tedesca di un “patto sociale” perché prevede un trasferimento, una redistribuzione di risorse. Il PD vuole creare lo spazio necessario per lo sviluppo di “un nucleo di diritti soggettivi”, ancorato a livello europeo tramite la definizione “di una cittadinanza sociale in senso stretto”.

Ma è nelle bozze di riforma istituzionale che la distanza tra Italia e Germania diventa davvero ragguardevole.

Patto di stabilità e crescita va riformato?

Per fare spazio a quanto promesso sul fronte sociale, i partiti tedeschi spingono per la creazione di “specifici strumenti finanziari di bilancio” (“Haushaltsmittel”). CDU e SPD scrivono che queste leve debbano essere concepite in funzione di obiettivi quali la “stabilizzazione economica, la convergenza sociale e le riforme strutturali dell’Eurozona”. Fin qui, a dire il vero, il linguaggio non si discosta troppo da quello che, già oggi, caratterizza le politiche Ue. Ed è per questo che i partiti tedeschi specificano, successivamente, che si “potrebbe dare vita” (“Ausgangspunkt”) a un “futuro budget europeo per gli investimenti (“Investivhaushalt”). Queste iniziative di investimento-sociale dovrebbero diventare tangibili “all’interno del nuovo Quadro di finanziamento pluriennale dell’Unione”. A un’analisi critica non può sfuggire, da un lato, il condizionale e, dall’altro, che il Quadro di finanziamento pluriennale entrerà in azione dopo il 2020.

Ancora una volta, il Partito democratico si colloca su un’altra lunghezza d’onda, visto che vorrebbe promuovere riforme istituzionali dalle implicazioni profonde. Nel programma del PD vengono nominati: l’istituzione di un ministro per l’Economia europeo, l’emissione di Eurobond.

A livello generale, le differenze tra i due approcci si riscontrano anche a livello più concettuale e filosofico. Merkel e Schulz sottolineano che il “Patto di stabilità e crescita” (PSC) rimarrà, anche in futuro, il “compasso” delle politiche europee. In questo senso, “stabilità e crescita” restano due facce della medesima medaglia. Lo stesso dicasi per concetti quali “condivisione del rischio e responsabilità-nazionale” (“Risiko und Haftungsverantwortung”). E se per alcuni tutto ciò potrebbe sembrare un’apertura, è necessario chiarire che, da programma di governo, per Merkel e socialdemocratici, i termini e principi appena elencati devono essere indirizzati al “controllo fiscale, il coordinamento economico e la battaglia contro l’evasione fiscale”. È al netto di quanto esposto, che i partner di coalizione si dicono “pronti a testare le proposizioni che arriveranno da altri Paesi membri e dalla Commissione europea”. Infine, CDU e SPD affermano di “voler trasformare il Meccanismo europeo di stabilità (MES) in un Fondo monetario controllato dal Parlamento europeo e ancorato al diritto comunitario”, specificando però che “i diritti dei Parlamenti nazionali sono saranno scalfiti” dalle proposte di riforma qui elencate.

Cosa scrive il PD invece a questo proposito? “Il nostro obiettivo è quello di trasformare l’Eurozona in una vera Unione economica. Creando, cioè, una vera e propria istituzione politica di livello europeo che sia in grado di emettere bond per gestire la domanda aggregata e intervenire in caso di rischi sistemici”, scrivono ancora i policy maker del centro-sinistra italiano. In buona sostanza, si tratta di “condividere sovranità” (si noti qui il contrasto con la formulazione negativa tedesca). E se anche il Partito democratico vuole trasformare il MES in un Fondo monetario europeo, quest’ultimo non dovrebbe però – e a differenza dell’interpretazione tedesca – ottenere poteri di “monitoraggio dei conti pubblici”. In altri termini, la Commissione deve restare l’unico guardiano delle regole fiscali. Con riferimento al Patto di stabilità e crescita poi, la formazione del Nazareno parla apertamente di una modifica del PSC che faccia spazio a un’interpretazione più flessibile del concetto di “pareggio di bilancio”, per non parlare del Fiscal Compact, che sarebbe afflitto da certi “bizantinismi”.

Insomma, al netto delle dichiarazione di Gentiloni e Merkel, la distanza fra i partiti governativi di centro-sinistra e centro-destra di Germania e Italia è ragguardevole.

Da un punto di vista politico, l’analisi fa sorgere interrogativi in merito alla credibilità di quanto affermato dai due leader di Governo a Berlino. Con riferimento alla campagna elettorale italiana in corso, lo scollamento fra i documenti programmatici rende poco realistiche le riforme in campo europeo proposte dal Partito democratico e, tanto meno, quelle delle formazioni su posizioni ancor più progressiste.

 

Photo CC Flickr: European Parliament

(Linkiesta, 03.03.2018)

Standard
Analisi e report

I conti e il segreto di Angela (per non spaventare il Partito)

Il 26 gennaio scorso, annunciando l’inizio ufficiale dei negoziati per la nascita di una nuova Grosse Koalition, Martin Schulz (SPD) ha affermato che l’Ue ha bisogno di una Germania “pro-Europa”. Il ministro degli esteri Sigmar Gabriel (SPD) ha a sua volta ribadito il collegamento fra i progetti “Europa” e “GroKo”. Nei fatti, tuttavia, la trattativa in corso con la CDU-CSU si è incentrata soprattutto su temi nazionali, tanto che alcuni si chiedono se Schulz non agiti la bandiera blu con le stelle gialle soltanto per motivi tattici. Come se il rilancio del processo di integrazione (“Neuer Aufbruch”) sia  (stato) usato dal  Segretario della SPD – in caduta libera negli indici di gradimento – come “carota” per far digerire al partito una scelta controversa: quella di allearsi nuovamente con Merkel.

La bozza di accordo programmatico siglata dai due partiti non si dilunga molto sui dettagli Spesso però in politica il non detto conta più delle parole. La vaghezza degli impegni può celare un disegno condiviso fra i due leader:  tenersi le mani libere per promuovere, a governo formato, una agenda ambiziosa di riforme “europeiste”. Questo è ciò che pensa, ad esempio, una grande esperta di politica europea, Jana Puglierin (capo degli studi UE presso la prestigiosa DGAP, Deutsche Gesellschaft fur Auswärtige Politik). Leggendo fra le righe dell’accordo programmatico GroKo, la studiosa intravede i margini per una vera e propria svolta nella linea tedesca. I segnali sarebbero contenuti nella parte conclusiva del testo, ove si dice che “attraverso un bilancio per gli investimenti dell’Eurozona […] si potrebbero mettere a disposizione risorse per la stabilizzazione macroeconomica e la convergenza sociale , nonché per sostenere le riforme strutturali”. Secondo Puglierin, se Berlino davvero muovesse in questa direzione il processo di integrazione potrebbe fare un salto di qualità.

Sinora il principale ostacolo è sempre stato proprio il governo tedesco. Anticipandone le tradizionali resistenze, anche i tecnici più qualificati hanno smesso di fare proposte ambiziose. Un documento messo a punto da un gruppo internazionale di economisti – molti tedeschi- presso il Center for Economic Policy Research ( Policy Insight 91) ha recentemente affrontato la questione di un possibile budget dell’ Eurozona – opzione cara al governo francese. Il documento riconosce la desiderabilità di questa innovazione. Ma aggiunge subito che , se fosse introdotto, un simile strumento dovrebbe rispondere ad un parlamento adeguatamente rafforzato. Questo passo potrebbe però essere effettuato solo tramite una scelta “politica”, con profonde implicazioni.  Come dire: noi tecnici non ci prendiamo responsabilità che non ci competono e che sono più grandi di  noi. Sono i politici a dover dare luce verde e creare le condizione per l’Unione politica.

E’ possibile, come pensano gli studiosi della DGAP, che il riferimento esplicito ad un fondo di stabilizzazione da parte di Schulz e Merkel  voglia aprire un varco per questo scenario? E che i silenzi successivi siano giustificati dal desiderio di non provocare la reazione degli alleati più conservatori e non complicare la nascita del governo? E’ possibile. La CDU è inquieta. La settimana scorsa (PER CHI LEGGERA’ LUNEDI) il Consiglio economico interno al partito della Cancelliera ha inviato una lettera dai toni accessi ai propri membri che si occupano di UE al tavolo dei negoziati. Il Consiglio si è detto preoccupato della virata: “La [CDU] non può continuare a seguire la SPD nella definizione della politica europea, visto che, sotto al termine ‘pro-Europa’, si nasconde soltanto una maggiore redistribuzione a favore dei Paesi in crisi […] Da chi, se non dalla CDU-CSU, dovrebbe arrivare una urgente e necessaria contro-proposta al piano di riforma suggerito da Macron e Juncker?”.

I giochi tedeschi sull’Europa sono dunque in pieno svolgimento. Il dialogo fra Parigi e Berlino certamente continuerà e resterà cruciale. Ma i destini della UE sembrano oggi appesi alle dinamiche negoziali e agli equilibri interni che si creeranno una volta instaurata la grande coalizione rosso-nera. E’ poco probabile che il programma in via di definizione entri nei dettagli. Sappiamo che Merkel ha interesse a liberarsi dal condizionamento ingombrante di Schäuble e Weidman e che Schulz ha dal canto suo interesse a tener fermo il Neuer Aufbruch non solo per il suo pedegree filo-europeista ma anche per controllare il suo partito e lanciare un segnale “progressista” al proprio elettorato. Seppure indebolito, il fronte conservatore che fa capo a Schauble è ancora vivo e vegeto.

A parte la Francia, nei prossimi mesi gli altri governi UE e i loro elettorati avranno pochi margini di manovra per incidere sull’agenda UE. Possono naturalmente peggiorare la propria posizione decidendo di non usarli, danneggiandosi da soli. Il rischio è  alto soprattutto per l’Italia, che andrà a votare fra un mese e si ritrova con alcuni leader e programmi a dire poco ambigui sui temi europei, quando non apertamente euroscettici.

(Corriere della Sera – L’Economia, 05.02.2018)

Photo CC Flickr: European Parliament

Standard